Greg Moore

Nome: Gregory William Moore

Data e luogo di nascita: 22 aprile 1975, New Westminster (Canada)

Nazionalità: Canadese

Ruolo: Pilota

Greg Moore nasce a New Westminster, Columbia Britannica, il 22 aprile 1975. Suo padre Ric, che lo accompagnerà per tutta la carriera come manager e talvolta spotter, dirige una concessionaria d’auto, è un grande appassionato di corse nonché pilota amatoriale in Can-Am. Affascinato spettatore delle corse del padre, Greg a dieci anni chiede e ottiene un kart, che diventa ben presto una sua grande passione, al pari dell’hockey su ghiaccio, lo sport nazionale del Canada. Ma il paese nord americano ha anche una forte tradizione motoristica e un cuore pulsante di passione, ed è questa che alla fine convince Greg a scegliere le 4 ruote, relegando l’amato hockey a hobby. Le corse si sa sono però una passione costosa e Ric Moore negli anni dovrà chiedere un’ipoteca sulla casa e mettere a rischio la sua stessa attività, per dare a Greg una concreta possibilità di arrivare in alto.  Il talento del ragazzo è però evidente e vale i rischi corsi. Greg vince subito nelle sue prime esperienze col kart, imponendosi nei vari campionati nazionali. Passa quindi alle monoposto, a soli 15 anni, impressionando nelle giornate di scuola in F.Ford e vincendo subito il titolo di rookie of the year nell’impegnativo campionato Esso Protec di categoria. L’anno dopo passa al campionato USAC West di Formula 2000, che vince alla grande e lo proietta verso la serie cadetta del grande circo americano, l’IndyLights. Greg, non ancora 18enne, ottiene per i primi mesi del campionato 1993 una speciale licenza per correre, dal momento che i minorenni non potrebbero neanche accedere ai box. Il giovane canadese corre ancora sostenuto dalla famiglia e qualche sponsor minore, per cui le disponibilità finanziarie sono limitate insieme alla dotazione tecnica e alle giornate di test. Il primo anno fa quindi esperienza, imparando a conoscere una macchina grossa e potente come la IndyLight, ottenendo un podio e vari piazzamenti.

Nel ’94, con la macchina perfettamente in mano, centra tre vittorie (tutte su ovali corti), diverse pole position e il terzo posto in campionato. Tutto ciò gli vale l’attenzione della Player’s, da sempre grande sostenitrice dei piloti canadesi, che prende Moore sotto la sua ala protettrice sostenendone finanziariamente la carriera che, nonostante il chiaro potenziale espresso e i mille sforzi del padre, rischiava di arenarsi. Nel ’95 si crea quindi un sodalizio che durerà fino al 1999. Moore diventa pilota ufficiale Player’s ed entra nel top team di Jerry Forsythe, magnate canadese grande appassionato di motori e proprietario di squadre, sia in IndyLights che in IndyCar. Con due anni di esperienza alle spalle e un team finalmente in grado di vincere, Greg annichilisce  la concorrenza. Sullo stradale di Miami, alla prima corsa, rifila distacchi abissali al gruppo, vincendo alla grande. Dopo un primo assaggio a fine ’94 in una Nazareth in versione stradale, arriva anche un vero test in IndyCar, quando Roger Penske invita Moore e Scott Sharp a provare le proprie vetture in previsione della Indy500, data l’indisponibilità dei titolari. Da sempre grande scopritore di talenti, Penske guarda con interesse a Moore, pur sapendo che la sua carriera è ormai legata alla Player’s.

Il campionato intanto prosegue in modo trionfale. Moore batte ogni record, vincendo 10 delle 12 gare in programma.  Un dominio simile in formula cadetta non si vedeva dai tempi di un altro canadese, Paul Tracy, di cui Moore appare l’erede, in tutti i sensi. Proprio come “the thrill from West Hill”, Greg corre e va in giro con dei vistosissimi occhiali dalle lenti rotonde, che lo fanno sembrare più un secchione con indosso una tuta ignifuga piuttosto che un astro nascente del motorismo mondiale. Ma nonostante i 19 anni e l’aspetto da liceale, Greg si dimostra un pilota non solo velocissimo ma anche maturo, pronto per la prossima sfida, il salto in IndyCar.  Il passaggio in F1 di Jacques Villeneuve facilita le cose, con la Player’s che lascia il team Green e sostiene esclusivamente il team Forsythe, che schiererà una sola vettura per Moore, in sostituzione di Teo Fabi.

Greg ha quasi sempre corso con il numero 99 che, diversamente da quanto molti credono, non fu scelto in onore di Wayne Gretzky. In realtà era semplicemente il numero di tessera del club di kart in cui fece le sue prime corse. Ben presto diventa il suo simbolo. http://singleseatracing.blogspot.it
racer.com; Marshall Pruett
Phoenix apre il trionfale 1995, in cui Greg mancherà la vittoria solo a Detroit, preceduto da Robbie Buhl, e nella gara di casa a Vancouver, dove sarà colpito da un altro pilota.racer.com; Marshall Pruett

Il 1996 è un anno di transizione per le corse americane. L’IndyCar si è scissa in due serie antagoniste, CART e IRL, con la prima che conserva le tappe principali del calendario e tutti i migliori attori mentre la seconda può vantare solo l’Indianapolis 500 come fiore all’occhiello. Il team Forsythe rimane ovviamente fedele alla CART e Greg Moore è tra i principali indiziati per il titolo di rookie of the year. Le attese sul giovane canadese, dopo la trionfale stagione in IndyLights, sono altissime e sono in molti a credere che sarà lui la stella del futuro. A Homestead, prima gara stagionale, sembrano arrivare le prime conferme. In una corsa nervosa e lungamente interrotta dalla pioggia, Moore si mette in mostra come grande protagonista. Nelle prime fasi battaglia alla pari con piloti del calibro di Rahal, Unser Jr, Gordon e Pruett, sbeffeggiandoli con millimetrici sorpassi all’esterno ma venendo spesso ripassato nel traffico. Fino alle fasi finali Moore resta in zona vittoria, ma perde un giro per scontare una penalità per infrazione in regime di bandiere gialle. Le speranze di un’incredibile vittoria al debutto sono sfumate ma è ora che inizi il Greg Moore show: con una macchina che non ha fatto che migliorare per tutta la corsa, Greg si ritrova nella parte bassa del gruppo a 30 giri dalla fine e inizia un’incredibile teoria di sorpassi. Che gli valgano una posizione o un giro recuperato poco conta, Moore passa con irridente facilità, sfilando all’esterno un po’ tutti fino ai primi: Rahal, Gordon, Pruett, De Ferran e, infine, il vincitore Vasser, spettatore incredulo del ritmo infernale del giovane canadese. La prestazione vale a Greg un settimo posto ed elogi sperticati, nonostante l’evitabile penalità che gli ha negato una probabile vittoria.

Nell’appuntamento successivo di Rio le cose vanno ancora meglio. Moore parte in seconda fila e guida a lungo il gruppo nel tratto centrale. In testa a una corsa IndyCar a vent’anni e alla seconda gara in carriera! Un problema tecnico lo costringe al ritiro, ma il canadese si rifà in Australia, dove coglie un ottimo terzo posto. Due settimane dopo però, a Long Beach, è vittima di un incidente con Christian Fittipaldi. Un normale contatto di gara per il quale il focoso brasiliano incolpa in toto il rookie.  A Nazareth, primo vero ovale corto dell’anno, Moore porta a termine una gara molto positiva conquistando il secondo posto alle spalle di Andretti. Dopo di che è la volta di un super speedway e della prima 500 miglia, la US500 che la CART organizza in contrapposizione alla Indy500. Si corre a Michigan e Greg ancora una volta stupisce. Sempre veloce nelle prove, in gara fa faville, lottando a lungo nelle zone alte della classifica, come sempre con grandi manovre all’esterno. Il sogno di una  clamorosa vittoria però va in fumo, insieme al suo motore, a 27 giri dalla fine, quando si trova al terzo posto. In precedenza Moore era stato anche protagonista di un’avventura spaventosa ma a lieto in fine. In lotta con Andre Ribeiro, il canadese perde il controllo della vettura in curva 2. La macchina compie una serie di piroette ma viene ripresa nell’erba dal pilota, che la conduce senza danni ai box, prima di riprendere la corsa. Un controllo straordinario, in parte merito della fortuna, ma ancora una volta Greg mette in mostra grande sangue freddo.  A  Milwaukee si ripete. Unico a tenere il ritmo delle Penske e di Andretti, perde il controllo in curva 4 nelle ultime battute ma raddrizza la macchina e si salva dal muro infilando la corsia box! Un altro controllo grandioso e un altro piazzamento pesante.

Inizia così la stagione degli stradali e si accende la battaglia per il titolo di rookie of the year. Se Greg ha finora dominato la scena, un grande concorrente sta per segnare indelebilmente la storia della CART, Alex Zanardi. Inizia così una grande rivalità che caratterizzerà i due anni successivi. A Portland Zanardi infila la prima vittoria e con una impressionante serie di risultati offusca Greg e si lancia all’inseguimento di Vasser per il campionato. Inizia un periodo chiaro scuro per Moore. Al podio di Cleveland e il quarto posto di Toronto, si contrappongono i ritiri di Detroit e Portland e gli incidenti di Mid Ohio ed Elkhart Lake.  A Michigan, nella Marlboro 500, Greg rimane attardato da problemi a una sospensione, ma al primo giro è coinvolto nel terribile incidente che pone fine alla carriera di Emerson Fittipaldi. Partito in prima fila, Greg subisce al primo giro un rischioso attacco all’esterno del veterano brasiliano in curva 2. Le vetture sono vicinissime e la ruota posteriore sinistra di Fittipaldi entra in contatto con l’anteriore destra di Moore. In seguito Fittipaldi e altri piloti accuseranno il canadese di aver innescato l’incidente. Moore in effetti allarga leggermente la traiettoria, un scarto probabilmente causato dall’azione congiunta di turbolenza e gomme fredde, lieve ma sufficiente a mandare in testacoda la Penske.

Moore sente la pressione di Zanardi e, nel tentativo di tenere aperto il discorso per il titolo di rookie dell’anno, commette degli errori. A Mid Ohio butta alle ortiche un discreto piazzamento tentando un impossibile attacco su Ribeiro, che si rifà due settimane più tardi a Road America con una manovra molto pericolosa. Moore tenta di riprendere al paulista la posizione persa nella precedente ripartenza, affiancandolo nel velocissimo tratto che conduce alla Canada Corner. A vetture appaiate, Ribeiro spinge Moore sull’erba, la macchina del canadese alza il muso, raschia contro il muro e solo per miracolo finisce la sua corsa nelle vie di fuga, senza urtare niente e nessuno. Un grande spavento in una pista pericolosa come Road America. La stagione di Moore finisce con il cambio KO a Vancouver e un sesto posto a Laguna Seca. Un primo anno positivo, specie nella prima parte, ma messo in ombra dal ritorno prepotente di Zanardi, culminato col famoso sorpasso su Bryan Herta al Cavatappi di Laguna Seca. In realtà valutare con lo stesso metro di giudizio le stagioni dei due piloti significherebbe fare, almeno in parte, un torto a Moore. Zanardi arriva in America all’apice della sua maturazione di pilota, dopo importanti esperienze in F1 e in generale nell’impegnativo panorama delle competizioni europee. Moore, al primo anno in una serie davvero di alto livello, ha fatto vedere i classici pregi e difetti del debuttante. Velocità, grinta, esuberanza, errori evitabili. In molti si aspettavano qualche vittoria, ma tutti rimangono comunque colpiti da questo 21enne, subito inseritosi nel ristretto circolo delle star di una categoria impegnativa come la CART, notoriamente più adatta a piloti veloci ma esperti.

Mid Ohio. champcar.com; Peter Burke
Mid Ohio. champcar.com; Peter Burke

Considerando queste premesse, Moore nel 1997 è tra i piloti più attesi, sebbene la lotta per il titolo sembri un affare privato tra Penske, Ganassi e Newman Haas. In realtà la stagione inizia in modo tribolato per il team Forsythe, che a poche settimane dalla partenza decide di adottare nuovamente i telai Reynard in luogo dello chassis Lola, usato nei test invernali e rivelatosi molto deludente. Moore corre quindi  a Homestead con la vettura del ‘96, ottenendo un buon quarto posto dopo una corsa accorta. Nel 1997 il team Forsythe prosegue quindi con il pacchetto Reynard-Firestone, accoppiato al motore Mercedes, che combatterà alla pari col blasonato V8 Honda, campione in carica col team Ganassi. A Surfers Paradise, secondo appuntamento stagionale, Moore approfitta dell’incidente tra Zanardi e Tracy e coglie un ottimo secondo posto dietro Scott Pruett. Un contatto con lo stesso Tracy lo relega però nelle retrovie a Long Beach, che lo precede poi nella corsa successiva a Rio, dove Greg coglie un ottimo secondo posto grazie anche alle ottime doti di consumo del motore Mercedes. Non altrettanto positiva è la corsa di Nazareth, viziata da problemi di assetto, mentre guai all’ultima sosta ai box lo estromettono dalla lotta per la vittoria sull’ovale corto di St Louis, dove Greg per lunghi tratti dà spettacolo nelle prime posizioni. Si arriva quindi a Milwaukee. Dopo una sfuriata iniziale di Paul Tracy, per due volte Moore passa il compatriota per la prima posizione, ritrovandosi però  nel gruppo a metà gara, a causa di una strategia sfalsata rispetto agli altri. Nelle ultime battute Steve Challis, ingegnere di pista e fraterno amico che lo accompagnerà per tutta la carriera, decide per un azzardo strategico. Sfruttando ancora le doti di consumo del motore Mercedes, Moore eviterà l’ultimo pit stop prendendo la testa della corsa. Con alle spalle uno scatenato Michael Andretti, Moore gestisce con autorevolezza le ultime decine di miglia e a 22 anni diventa il più giovane vincitore di una corsa sanzionata CART. Le tante promesse vengono finalmente mantenute, il successo lancia Greg nelle parti alte della classifica e nella lotta per il campionato.

L’appuntamento successivo è a Detroit, dove le particolari caratteristiche del motore Mercedes si rivelano ancora determinanti. Moore parte in quarta fila, ma passa i diretti rivali durante le soste e nelle ultime fasi si ritrova dietro Gugelmin e Blundell, compagni di squadra nel team PacWest, anch’essi motorizzati Mercedes. I due tentano una strategia molto rischiosa: evitare l’ultima sosta sperando in una bandiera gialla nel finale. L’agognata neutralizzazione però non arriva e il team PacWest vede entrambe le vetture fermarsi con i serbatoi vuoti, a poche decine di metri dal traguardo. Moore ringrazia e coglie la seconda vittoria consecutiva. L’euforia è totale nei box del team Forsythe, ancora più lanciato in chiave titolo. In condizioni climatiche estremamente variabili, Moore coglie un quinto posto a Portland, ma si ritira a Cleveland con il motore in fumo. Da qui, un po’ come accaduto nella stagione precedente, sale in cattedra Alex Zanardi. Il pilota italiano infila una lunga serie di podi, condita da quattro vittorie, mentre i suoi avversari lentamente si eclissano.  Dopo quello di Cleveland, Moore è costretto al ritiro anche a Toronto e  Michigan. In Canada è proprio un contatto con Zanardi a metterlo fuori gioco, mentre nella US500 è il turbo a lasciarlo a piedi.

Il canadese mantiene in vita le sue speranze di titolo a Mid Ohio, con un secondo posto alle spalle di Zanardi, ma un’uscita sotto l’acqua a Road America e un muretto colpito a Vancouver lo relegano definitivamente fuori dai giochi. Nell’ultimo appuntamento, la Marlboro 500 sul nuovo superspeedway di Fontana, Moore mette in mostra il meglio del suo repertorio, correndo da veterano e ritrovandosi in testa nella fase decisiva della corsa. Sarà però la rottura del motore negli ultimi giri a negargli un successo quasi certo. Termina così un campionato che ha visto Greg entrare nel circolo dei vincitori di tappa, ma il canadese dimostra di avere ancora da imparare per poter lottare per il titolo, in particolare quando la stagione entra nel vivo e non sono più permessi errori. Sportivamente il 1997 non finisce però qui. In qualità di pilota Mercedes di riferimento in America, Moore viene invitato a guidare una delle CLK-GTR della casa tedesca nelle ultime due prove del campionato FIA GT, in programma a Sebring e Laguna Seca. Al debutto su una GT, Greg si comporta molto bene, impressionando i manager tedeschi per la facilità con cui si porta subito sui tempi dei titolari. Viene affiancato ad Alex Wurz, con il quale si instaura subito un ottimo rapporto. L’equipaggio austro-canadese terminerà entrambe le gare al settimo posto, con Wurz che conquista la pole a Laguna Seca.

Detroit. champar.com; Peter Burke
Detroit. champar.com; Peter Burke
Nell'abitacolo della Mercedes CLK. motorsportsretro.com
Nell’abitacolo della Mercedes CLK. motorsportsretro.com

Per il 1998 il campionato CART sembra essere un affare a tre:  Alex Zanardi, che da favorito nel ‘97 ha rispettato il pronostico e ha tutto per puntare al bis; Michael Andretti, che porta in pista una Swift-Ford-Goodyear perfettamente a punto e pronta, sulla carta, per ogni superfice; Greg Moore, che con un anno di esperienza in più è atteso alla prova della maturità. Per il ’98 Player’s e Forsythe decidono di raddoppiare gli sforzi e affiancano a Greg il veloce franco canadese Patrick Carpentier, al secondo anno nella CART dopo l’esordio nel team Bettenhausen. Avere una sola vettura ha in parte penalizzato Greg e la squadra dal punto di vista degli assetti. L’arrivo di Carpentier è visto come un passo avanti del team Forsythe per raggiungere le squadre di vertice. La squadra utilizza anche nel ’98 la combinazione Reynard-Mercedes-Firestone, con la casa tedesca che ha vinto nel ’97 il titolo riservato ai motoristi.

La stagione che inizia a Homestead rispetta in pieno i pronostici. Moore coglie una pole position stratosferica, con oltre due miglia l’ora di media di vantaggio sul secondo, Andre Ribeiro sulla Penske. Il canadese diviene anche, a 22 anni, il più giovane poleman nella storia della serie. In gara Moore domina fino alla prima sosta, durante la quale la squadra si accorge che gli air jack che dovrebbero sollevare la vettura, non funzionano. In tutte le soste i meccanici dovranno usare dei cavalletti manuali, con ovvia perdita di tempo e posizioni. In una pista in cui i sorpassi sono molto difficili, la risalita nel gruppo del canadese ha del prodigioso. Moore passa anche tre macchine in un giro, sfruttando magistralmente il traffico, arrischiando spettacolari sorpassi all’esterno. Le posizioni perse a ogni sosta sono però troppe per permettere al canadese di lottare per il successo e allora Steve Challis prende una decisione drastica: Moore non cambierà le gomme nell’ultimo pit stop, effettuando solo il rifornimento. La mossa lancia Greg in terza posizione, ma il canadese dovrà finire la corsa con gomme già parzialmente usurate. Dopo aver resistito coraggiosamente all’esterno ad una attacco di Christian Fittipaldi, Moore passa Zanardi dopo l’ultima ripartenza e si lancia all’inseguimento di Andretti, dominatore della corsa. All’ultimo giro, sfruttando un doppiaggio, riesce quasi ad affiancare l’americano nelle curve 3 e 4, ma dovrà comunque accontentarsi del secondo posto.

A Motegi, seconda corsa stagionale, Moore coglie un discreto quarto posto, avendo la meglio su Paul Tracy in un infuocato duello a base di ruotate negli ultimi giri. Il piazzamento gli vale la testa del campionato, che prosegue a Long Beach, dove il canadese arriva settimo dopo aver scontato una penalità nel finale per infrazione ai box, per poi tornare sul podio a Nazareth, terzo dietro le vetture del team Ganassi. Con Andretti attardato da errori e contrattempi, il titolo appare un affare privato tra Moore e Zanardi, che ha vinto in modo spettacolare in California ed è arrivato secondo in Pennsylvania. Si va quindi a Rio, dove la corsa si risolve in uno spettacolare duello tra i due rivali. In una sfida sul filo dei consumi, Moore prima rischia il testacoda e poi, sfruttando perfettamente un doppiaggio,  attacca Zanardi alla staccata della curva 1, trovando uno strepitoso sorpasso all’esterno che gli garantisce la vittoria e nuovamente la testa del campionato. La sfida prosegue a St. Louis, dove è però Zanardi a trionfare, mentre Greg chiude terzo lamentando un forte sovrasterzo. Milwaukee si rivela invece amara per entrambi. Moore domina la corsa ma non può evitare Gugelmin, che gli frena davanti accecato dal fumo del motore esploso di De Ferran. Perde diversi giri per le riparazioni e finisce fuori dai punti, mentre Zanardi chiude solo ottavo.  A Detroit i due battagliano fin dalle prove, con il canadese che strappa la pole al rivale per due decimi. In gara però Zanardi ha un ritmo superiore e vince ancora, mentre Moore chiude quinto.

A questo punto, come negli anni precedenti, il campionato di Greg ha una flessione, con un mix di evitabili errori e problemi tecnici. A Portland, un week end iniziato male con delle pessime prove, finisce alla prima curva quando il canadese manca il punto di frenata e travolge Andretti e Fittipaldi. A Cleveland, un’altra brutta qualifica complice un’intossicazione alimentare, conduce ad un incidente in gara dopo pochi giri, mentre a Toronto saranno problemi al turbo a relegarlo quasi fuori dai punti. Zanardi intanto vince le tre corse e chiude virtualmente il campionato. Si arriva alla US500, per la prima volta corsa con l’Handford device, un dispositivo aerodinamico montato sull’alettone posteriore che frena le vetture e cambia completamente il modo di correre sui super speedway. Ancora una volta Moore dimostra di essere nato per correre sugli ovali. Problemi alla frizione lo rallentano per tutta la gara durante i pit stop, ma il canadese è in grado di recuperare e tenere il contatto coi primi. Poi il capolavoro. All’ultima ripartenza, a quattro giri dalla fine, Moore sale in cattedra, approfitta della battaglia interna al team Ganassi e coglie la vittoria nella corsa più importante della stagione, la prima in una 500 miglia.

La vittoria mantiene a galla Greg in classifica ma il periodo nero sugli stradali prosegue. A Mid Ohio, approfittando di un incidente multiplo nelle prime fasi, Moore prende la testa e controlla la corsa con autorità fino al secondo pit stop. Davanti a lui si è appena fermato Ribeiro, un po’ “di traverso”, subito attorniato dai meccanici del team Penske. Moore nel lasciare la sua piazzola fa pattinare troppo le gomme, cosa inutile dato il cospicuo vantaggio sul secondo, strappando di mano a un meccanico una gomma con la sua posteriore sinistra e colpendo la vettura di Ribeiro. L’errore mette in grave pericolo i membri del team Penske e nega al canadese un’altra vittoria, oltre a costargli un periodo di probation. A Road America, un altro problema alla frizione lo ferma mentre è in testa grazie alla strategia, mentre a Vancouver (corsa per lui di casa ma stregata) è coinvolto in un contatto multiplo dovuto ad un rallentamento improvviso del gruppo.  A Laguna Seca si ritira col motore in fumo mentre a Houston spreca la pole, girandosi al primo giro sotto il diluvio e coinvolgendo il solito Christian Fittipaldi. Poca gloria ci sarà anche a Surfers Paradise, dove risale fino all‘ottavo posto dopo una sosta supplementare per problemi al pedale del freno.

Poi arriva la Marlboro500 a Fontana, dove Moore è protagonista per tutta la gara e arriva a giocarsi la vittoria negli ultimi giri contro Vasser e Zanardi, gli stessi avversari della US500. La corsa si decide con una ripartenza all’ultimo giro. Moore riparte in testa ma sa che, a causa dell’enorme scia creata dall’Handford device, non ci resterà a lungo. Entrambe le vetture del team Ganassi lo passano prima di curva 1. Greg riesce a ripassare Zanardi all’ingresso della curva 3, ma nulla può per riprendere Jimmy Vasser, che conquista 500 miglia, milione di dollari in palio e secondo posto in campionato. Moore chiude quinto una stagione in cui coglie due vittorie, una delle quali in una 500 miglia, ma tutto sommato deludente, non essendo il canadese riuscito a rivaleggiare con Zanardi oltre metà stagione.

Michigan. champcar.com; Peter Burke
Michigan. champcar.com; Peter Burke

Nel 1999, ancora più che negli anni precedenti, Moore è tra i favoriti insieme a Franchitti, Vasser e Andretti. Senza più Zanardi e con due anni da contendente al titolo alle spalle, il canadese sembra essere nelle condizioni ideali per puntare al titolo. La stagione parte bene, con l’accoppiata pole-vittoria a Homestead e alcuni buoni piazzamenti a Motegi e Long Beach. Negli anni la guerra tra i motoristi si è fatta però accesa e la Mercedes comincia a perdere colpi, sia nei confronti della Honda che della Ford. D’altronde, già nel ’98, solo Moore aveva realmente rappresentato la Mercedes nelle parti alte della classifica. La stagione va quindi avanti tra alti e bassi, con i team Honda che si spartiscono le vittorie (se si esclude qualche intromissione di Andretti e Fernandez) e nessuno dei piloti motorizzati dalla casa tedesca a inserirsi nei giochi di testa. Moore, tra piazzamenti poco entusiasmanti, vari problemi tecnici e qualche errore, conquista un secondo posto a Milwaukee e un terzo a Detroit.

A Michigan lotta ancora con una frizione recalcitrante, che blocca definitivamente le sue rimonte. La nota più importante di questa stagione riguarda qualcosa che accade fuori dalle piste. Roger Penske, dopo anni di risultati arrivati col contagocce col suo telaio, il motore Mercedes e le gomme Goodyear, decide per una svolta radicale e opta per il 2000 per l’accoppiata vincitutto Reynard-Honda e due nuovi piloti: Gil De Ferran e Greg Moore. Per il canadese, dopo quattro anni positivi ma non straordinari al team Forsythe, arriva l’opportunità che vale una carriera, con tutti i vantaggi e le responsabilità che ne derivano. Greg, molto legato agli uomini che lascia e al suo ingegnere Steve Challis, è quindi determinato a chiudere la stagione in bellezza nel terreno a lui amico della Marlboro500, a Fontana. Le cose però non si mettono bene fin dall’inizio. Mentre percorre il paddock in motorino, viene urtato da una macchina che lo fa cadere, procurandogli una frattura e profonde escoriazioni alla mano destra, che ne mettono a rischio la partecipazione alla corsa. Non può nemmeno disputare le qualifiche e si prende in considerazione la possibilità di far correre al suo posto Roberto Moreno. Greg è però determinato a chiudere positivamente la stagione e il rapporto con Player’s e Forsythe, consapevole anche della competitività della vettura su questa pista. Contro il parere di molti, compreso suo padre Ric, decide di correre, aiutato da un particolare tutore sperimentato con successo nel warm up. Ovviamente il non disputare le qualifiche lo costringerà a partire dal fondo. Anche Paul Tracy prende il via dalle retrovie e prima della partenza scherza con Moore. “Ci vediamo là davanti”, gli dice Greg.

La corsa comincia con un forte vento che mette in difficoltà diversi piloti, rendendo la macchina sottosterzante nelle curve 3-4 e sovrasterzante in 1-2. Greg tiene subito fede ai propositi, recuperando numerose posizioni in pochi giri, viaggiando all’esterno addirittura a tre macchine in certi frangenti. Poi la corsa viene interrotta per l’incidente di Richie Hearn. Il pilota americano perde il controllo della vettura in curva 2 e sbatte con una certa violenza contro il muro interno. La corsa riparte al 7° giro ma al 9° viene interrotta di nuovo, stavolta per molto tempo. La causa è Greg Moore, che dal 27° era risalito al 15° posto. Il pilota canadese perde il controllo in curva 2, con la vettura che ad altissima velocità finisce nell’erba interna alla pista. Una strada di accesso per i veicoli dei commissari interrompe però lo scivolamento, fungendo da perno e sollevando la vettura, che finisce la sua corsa contro il muretto interno, con la parte alta che impatta per prima. Le immagini dell’incidente sono agghiaccianti e il comunicato del dottor Steve Olvey, arrivato circa un’ora più tardi, conferma quanto tutti temevano. Greg non c’è più.

Homestead. champcar.com; Phil Sedgwick
Homestead. champcar.com; Phil Sedgwick

La corsa va avanti con le bandiere a mezz’asta e i piloti che corrono inconsapevoli di aver perso uno dei colleghi più stimati e ben voluti. Una volta tagliato il traguardo, il dolore e l’incredulità regnano sovrane. In un ambiente abituato ad avere la morte come compagna di viaggio, la scomparsa di Greg Moore lascia un vuoto incolmabile. La comunità della CART era già stata profondamente toccata dalla morte, sempre in quel 1999, di Gonzalo Rodriguez a Laguna Seca. Ma la scomparsa di un ragazzo che nel paddock tutti hanno visto crescere, il dolore di una famiglia da tutti ben voluta, la tragica uscita di scena di un talento dal futuro radioso, scuotono l’ambiente. Robby Gordon, anche a causa dell’incidente, lascia la CART e per i tanti amici, Dario Franchitti, Max Papis, Tony Kanaan, Paul Tracy e Jimmy Vasser su tutti, l’inverno sarà molto triste e pieno di incertezze. Franchitti, già amareggiato per aver perso il titolo contro Montoya, scoppia a piangere nel momento in cui suo padre George lo informa della scomparsa del suo migliore amico. Lo scozzese, visibilmente commosso, dedicherà poi a Moore la sua vittoria di Fontana, nel 2005.

L’incidente solleva anche diverse polemiche legate alla sicurezza. Ci si chiede il senso di quella strada d’accesso nel bel mezzo del prato, che ha sollevato da terra la vettura durante il testacoda. Ci si interroga sull’eccessiva potenza delle vetture CART, che nonostante le limitazioni sono in grado di viaggiare nuovamente a 390 kmh di media in catini come Michigan e Fontana. Si punta il dito contro l’Handford device, dispositivo introdotto per ridurre le velocità ma anche causa di lamentele da parte dei piloti. La nuova ala riduce si la velocità delle vetture, creando un enorme freno aerodinamico, ma rende le auto instabili, talvolta imprevedibili e difficilmente recuperabili in caso di perdita di aderenza. Un rischio aggiuntivo in corse in cui le velocità elevatissime mettono già in dubbio le condizioni di sicurezza. Lo stesso muro su cui Moore sbatte, non parallelo alla pista per permettere l’ingresso dei mezzi di soccorso, ha avuto le sue responsabilità sulla gravità dell’incidente. La CART reagisce nel 2000 introducendo un nuovo Handford device, negli intenti meno sensibile ai disturbi aerodinamici e in grado di “far sentire” di più la macchina ai piloti. Nella realtà le lamentele proseguiranno fino al 2001, quando la serie limiterà l’uso del dispositivo ai super ovali insieme a nuove limitazioni sui motori. In tutti gli ovali veloci la zona interna alle curve, che separa la pista dal muro interno, viene totalmente asfaltata, così da permettere a una macchina fuori controllo di decelerare più efficacemente. Gli stessi muri interni vengono protetti da file di gomme.  Nel 2001 sarà reso obbligatorio l’uso dell’Hans device, dispositivo poi universalmente adottato che riduce gli effetti delle decelerazioni da impatto sul collo dei piloti. Nello stesso anno le vetture stesse subiranno una graduale riduzione delle potenze, anche in un’ ottica di abbassamento dei costi.

Come nel caso di Ayrton Senna e altri piloti scomparsi in gara, la morte di Greg Moore concorre almeno nel garantire migliori condizioni di sicurezza per le corse che in seguito verranno.

Il posto di Moore nel  team Player’s viene preso da un altro canadese, Alex Tagliani. Sarà però Paul Tracy, nel 2003, a portare a Jerry Forsythe il tanto agognato titolo CART. Proprio Tracy avrà l’onore di vincere nel 2000 la corsa di Vancouver, evento interamente dedicato alla memoria di Greg con i genitori, Ric e Donna Moore, che premieranno il canadese, che avrà la meglio su Franchitti. Forse la sconfitta più dolorosa della carriera di Dario, che si rifarà due anni dopo. Roger Penske, proprietario tra l’altro della pista in cui Moore perde la vita, sceglie in extremis al suo posto Helio Castroneves, che sarà autore di una buona stagione, premiato al termine col Greg Moore Legacy Award. La CART istituisce questo premio annuale alla memoria del canadese, da assegnare al pilota che più di tutti ne porta avanti lo spirito, in pista e fuori. La serie decide inoltre di ritirare il numero 99, che ha accompagnato la carriera di Greg fin dai kart.

In molti in seguito condivideranno ricordi e impressioni sul giovane canadese. Roberto Moreno dirà: ”se avessi corso al suo posto sarebbero successe due cose: Greg sarebbe ancora con noi e io non avrei avuto l’incidente, perché non avrei tentato le manovre che lui stava facendo”. Il brasiliano sarà poi molto commosso nel ricevere il trofeo del vincitore della corsa di Vancouver nel 2001. Tutti ne rimarcheranno il grandissimo talento, il coraggio, ma più di tutto l’attitudine, dentro e fuori dalla pista. Alex Zanardi dirà: “era un ragazzo di quelli veri, uno di quelli che in pista non mollava un millimetro ma fuori dall’abitacolo, se gliele avevi suonate di santa ragione, era sempre il primo a farti i complimenti anche digrignando i denti”.

Perché Moore non era solo un grande pilota. Nonostante la giovane età, Greg era una figura polarizzante, carismatica, un elemento di aggregazione in un mondo in cui la competizione estrema sembrerebbe non lasciare spazio a sincere amicizie. Moore era il simbolo del “what happens on the track, stays on the track”, del riuscire a separare la carriera dalla vita normale . Questo gli ha permesso di stringere amicizie profonde con piloti come Dario Franchitti, Max Papis, Tony Kanaan ma anche Paul Tracy e Jimmy Vasser oltre che rapporti di stima e rispetto con i vari Zanardi, Andretti, Gordon, Montoya e molti altri, per non dire tutti gli altri. In un ambiente duro ma più aperto al cameratismo rispetto alle corse europee, Moore ha contribuito in modo determinante al clima di rispetto e amicizia che ha unito i piloti di quella generazione. Un modello di sportività che ancora oggi fa scuola e costituisce forse l’eredità più grande lasciata da Greg, senza sottostimare le sue gesta in pista che lo hanno consacrato come pilota di livello mondiale, lasciandoci con il grande interrogativo non del se, ma di quanto avrebbe potuto vincere come punta del team Penske.

Ciò che sportivamente ha impressionato di Moore era la sua straordinaria abilità negli ovali. La sua incredibile sensibilità ad altissime velocità, il suo controllo in condizioni estreme. Ma soprattutto i suoi numeri, manovre incredibili, sorpassi all’esterno che in pochissimi potevano emulare. Lo accusavano di essere un oval master non altrettanto forte sugli stradali. Il tempo e la maturazione lo avrebbero portato a eccellere anche in quell’ambiente, in particolare nel team Penske. Come è solito dire Franchitti infatti: ”riuscite a immaginare cosa avrebbe potuto fare con un motore Honda?!”

Non avremo mai la risposta, abbiamo però visto abbastanza per dire che Moore avrebbe continuato a dare spettacolo e a guadagnarsi rispetto e ammirazione di tutti per molti anni ancora.

champcar.com; Peter Burke
Toronto 2000, Paul Tracy indossa un casco con i colori dell’amico scomparso. champcar.com; Peter Burke
Dario Franchitti, Max Papis, Paul Tracy e altri piloti, porteranno sempre sul casco questo adesivo in ricordo di Greg, con quella che è diventata la sua frase simbolo: “See ya up front”. motosportretro.com

 

Anno Serie Squadra N Sponsor Gare Pos. Finale Punti Vittorie Podi Top5 Top10 Pole P.
1996 CART Forsythe 99 Player’s 16 9 84 0 3 5 8 0
1997 CART Forsythe 99 Player’s 17 7 111 2 5 7 7 0
1998 CART Forsythe 99 Player’s 19 5 141 2 6 8 10 4
1999 CART Forsythe 99 Player’s 20 10 97 1 3 5 8 1
Carriera         72   433 5 17 25 33 5

Greg Moore

 

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