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Helio Castroneves

Nome: Helio Castro-Neves

Data e luogo di nascita: 10 maggio 1975, Riberao Preto (Brasile)

Nazionalità: Brasiliana

Ruolo: Pilota

Castroneves è uno dei rappresentanti principali di una generazione di brasiliani che forse non ha prodotto campioni assoluti, ma certamente tanti ottimi professionisti come Kanaan, Da Matta, Zonta, Junqueira, Giaffone ecc, che fin da piccoli si sono sfidati sui kart e hanno portato avanti carriere parallele.

Castroneves esordisce sui kart giovanissimo, affermandosi presto nei vari campionati brasiliani e partecipando a inizio anni ’90 a due campionati del mondo, senza però ottenere risultati di rilievo. Nel 1992 debutta in monoposto in F.Chevrolet con il team di famiglia, chiudendo il campionato al secondo posto con una vittoria, passando l’anno successivo al campionato di F.3 SudAm. Inizia la stagione ancora con il team del padre, alla guida di una vettura vecchia di due anni con la quale riesce anche a ottenere una vittoria. A metà stagione passa al team Nasr, col quale vince tre gare, giocandosi il titolo con l’argentino Fernando Croceri. Per conquistare il titolo, Helio deve vincere l’ultima corsa e sperare che il rivale non arrivi secondo. Il brasiliano fa il suo dovere, ma gli argentini alle sue spalle regalano il secondo posto a Croceri, che porta a casa il titolo. Nel 1994 Helio corre nella F.3 Brasiliana, chiudendo il campionato ancora al secondo posto con due punti in meno di Cristiano Da Matta e 3 vittorie all’attivo. Nel 1995 Castroneves continua poi la sua scalata alla F1, approdando in Inghilterra per disputare il campionato di F.3 con il team di Paul Stewart. Tra interessanti sprazzi velocistici e qualche incidente, conquista sei podi, vincendo la prova di Donington e chiudendo il campionato al terzo posto.

Helio in F.3 inglese nel team Stewart. alamy.com; Ian Simpson, 1995

All’inizio del 1996 Helio partecipa, quasi contro voglia, ad una selezione sponsorizzata dalla Marlboro per lanciare alcuni piloti brasiliani in IndyLights, col team Tasman di Steve Horne. Nonostante alcune costole rotte in una movimentata sessione di kart gli impediscano di esprimersi al meglio, Helio ottiene il posto al fianco di Tony Kanaan, col quale convive per diversi mesi in Ohio. Tony si adatta subito alla guida sugli ovali, navigando spesso nei piani alti della classifica, mentre Helio fatica a ingranare, riuscendo comunque a dare una svolta alla stagione con una vittoria sul cittadino canadese di Trois Rivières.

Nel 1997 entrambi sono confermati dal team Tasman, anche se il posto di Helio rimane in bilico fino all’arrivo di Emerson Fittipaldi, che diventa il suo manager. A metà stagione Castroneves con tre vittorie è saldamente in testa al campionato, ma una serie di incidenti nella fase decisiva rimettono tutto in discussione. Kanaan nelle ultime corse si dimostra più efficace, soffiando il titolo al compagno per soli 4 punti.

In Indy Lights col team Tasman. andyborme.com

Nel 1998 i due brasiliani riescono a debuttare nel campionato CART: Kanaan sempre con il team Tasman mentre Castroneves trova posto al team Bettenhausen, alla guida di una Reynard-Mercedes-Goodyear. Entrambi vivono un esordio difficile, colpendo il muro più volte nel primo week end di Homestead, cosa che influenzerà Castroneves per il resto della stagione. Ciononostante Helio riesce a cogliere un eccellente secondo posto a Milwaukee, dove taglia il traguardo a motore spento precedendo di pochi millesimi Al Unser Jr. Una grossa delusione viene dalla corsa di Long Beach, dove Castroneves è favorito da una strategia sfalsata ed è in piena lotta per la vittoria, quando esce di pista nel tentativo di passare Blundell. La battaglia per il titolo di rookie of the year rimane aperta per ¾ della stagione, ma alla fine è Kanaan a prevalere, grazie a due podi consecutivi a Laguna Seca e Houston.

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Vittoria sfiorata a Long Beach. champcar.com

Nel 1999 Castroneves passa alla guida della Lola-Mercedes-Firestone del team Hogan. La vettura inglese, snobbata da tutti, si dimostra molto competitiva e il brasiliano sarà costantemente tra i più veloci nella prima parte della stagione. La sfortuna gli mette però spesso i bastoni tra le ruote: a Nazareth lotta a lungo con Montoya ma poi finisce a muro; a Milwaukee parte in pole ma si ferma dopo poche decine di giri; a St. Louis dopo un errore iniziale infila una rimonta entusiasmante, chiudendo però secondo dietro un Michael Andretti insuperabile; a Portland parte in prima fila e supera Montoya all’esterno alla prima curva, ritirandosi ancora una volta dopo il primo pit stop per problemi tecnici. La seconda parte della stagione regala meno soddisfazioni velocistiche, anche se Helio riesce a mettere a segno diversi piazzamenti in top ten. A Fontana si ritrova però senza un volante a causa della chiusura del team Hogan, in difficoltà anche per i finanziamenti promessi da Fittipaldi e mai arrivati. Per questo motivo, nonostante un rinnovo di contratto appena firmato, Castroneves licenzia il due volte campione del mondo. Lo stesso giorno, l’incidente mortale di Greg Moore libera un posto al team Penske, che è costretto dal contratto Marlboro a trovare un sostituto entro una settimana dal termine della stagione. Penske sceglie proprio Castroneves, sostituendo il suo nome a quello di Greg nei contratti.

Pole position a Milwaukee. richzimmermann.com; Rich Zimmerman
Pole position a Milwaukee. richzimmermann.com; Rich Zimmerman

Nel 2000 Helio è uno dei piloti più attesi, ma la sua stagione fatica a decollare. A parte un secondo posto a Long Beach, sono solo ritiri per guasti e incidenti fino a Detroit, dove il brasiliano eredita la testa della corsa da Montoya e va a vincere, inaugurando la tradizione della scalata delle reti e guadagnandosi il soprannome di Spiderman. Coglie altre due vittorie a Mid Ohio e Laguna Seca, segnando più punti di tutti su stradali e cittadini, ma un po’ di incostanza e l’inaffidabilità della sua vettura sugli ovali lo eliminano dalla lotta per il titolo, che va al suo compagno di squadra Gil De Ferran. Il 2000 segna anche la carriera del brasiliano da un punto di vista anagrafico. Spesso indicato dai giornalisti solamente come Neves, Helio decide di apportare una piccola modifica al cognome di famiglia, passando da Castro-Neves, separato, al più immediato Castroneves.

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Prima vittoria a Detroit. champcar.com; Peter Burke, Geoff Miller, 2000

Nel 2001 la lotta per il titolo vede coinvolti i piloti Penske, Kenny Brack e Michael Andretti. Castroneves vince in modo dominante a Long Beach, Detroit e Mid Ohio, ma come Andretti e Brack perde continuità nelle ultime corse dopo la trasferta europea della serie. Gil De Ferran invece mette a segno due vittorie e alcuni podi che gli permettono di conquistare il titolo a Surfers Paradise, con una prova d’anticipo. La soddisfazione principale per Helio verrà dal ritorno a Indianapolis della Penske. Nel 2001 i team CART tornano infatti in massa nella corsa dell’Indiana. Helio si qualifica in mezzo al gruppo ma prende la testa a metà gara durante un turno di soste collettive, controllando gli attacchi di De Ferran e andando a conquistare la sua prima Indy 500, che è paradossalmente anche la sua prima vittoria su un ovale. La doppietta è una rivincita per la Penske, uscita di scena da Indy nel ’95 con l’onta della mancata qualificazione, oltre a sancire il trionfo della CART, che piazza sette suoi piloti ai primi sette posti.

Beautiful Reynard
Long Beach, pole e vittoria.
Per la prima volta appeso sulle reti di Indianapolis. motorsport.com; Ron McQueeney, 2001
Per la prima volta appeso sulle reti di Indianapolis. motorsport.com; Ron McQueeney, 2001

Nel 2002 la Marlboro spinge Penske al passaggio in IRL, nella consapevolezza che anche i costruttori sono in procinto di abbandonare la CART. Il team del Capitano sulla carta non dovrebbe avere rivali, ma il campionato vive sul continuo alternarsi al vertice tra il duo De Ferran-Castroneves e il giovane campione in carica Sam Hornish. De Ferran si presenta alla penultima corsa di Chicago in testa al campionato, ma un brutto incidente lo mette fuori dai giochi. Hornish arriva quindi all’ultima corsa in Texas con 12 punti e 2 vittorie in più di Castroneves, obbligato a vincere e condurre il maggior numero di giri, con l’americano che deve arrivare terzo o peggio. Helio conquista i due punti addizionali, con gli ultimi 30 giri che vedono una sfida da antologia tra i due rivali, fianco a fianco fino al traguardo, dove Hornish precede il brasiliano per 9 millesimi. In realtà Castroneves perde il titolo a Richmond, dove commette l’unico errore stagionale, andando a muro nelle prime battute. Sconfitto in campionato, come l’anno precedente Helio si “consola” con la Indy500, vinta in modo molto meno cristallino rispetto al 2001. Il brasiliano non è infatti mai competitivo durante la corsa, ritrovandosi in testa nel finale grazie a una strategia sfalsata che gli impone di saltare l’ultimo rifornimento. Risparmiando metanolo all’inverosimile, negli ultimi giri Helio deve rispondere agli attacchi di Giaffone e Tracy, con il canadese aiutato in modo poco pulito dal compagno Franchitti. Al penultimo giro Tracy supera Castroneves all’esterno in curva 3, ma contemporaneamente esce la bandiera gialla per un incidente tra Redon e Buddy Lazier. Anche se non è chiaro chi sia davanti nel momento in cui le luci gialle si accendono, il ricorso del team Green viene respinto e Castroneves è dichiarato definitivamente vincitore qualche mese più tardi. Al termine della stagione Helio ha la possibilità di provare per la prima volta una F.1. Si tratta della Toyota, che lo invita a un test a Le Castellet. Il brasiliano si comporta molto bene, sorprendendo i manager del team giapponese che, purtroppo per lui, hanno a loro volta una “sorpresa”: proprio quella mattina Cristiano Da Matta firma il contratto per l’anno successivo, ponendo fine alle speranze di Helio di un futuro nella massima formula.

Indy numero 2. snaplap.net
Indy numero 2. snaplap.net
Il duello finale con Hornish. indycar.com
Il duello finale con Hornish. indycar.com

Nel 2003 si compie l’invasione dell’IRL da parte dei top team della CART e dei costruttori, che sconvolgono il panorama della serie. Il motore Toyota da una marcia in più ai team Penske e Ganassi, che non riescono però a scrollarsi di dosso Tony Kanaan e Sam Hornish. Castroneves si aggiudica due corse, St Louis e Nazareth, mancando per un soffio il terzo successo di fila in una Indy 500 dominata ma persa a causa di AJ Foyt IV, che in un maldestro doppiaggio obbliga Helio a cedere la testa della corsa e la vittoria a De Ferran. Castroneves si presenta all’ultimo appuntamento in Texas in testa alla classifica, con gli stessi punti di Dixon, poco davanti a Kanaan e con De Ferran e Hornish più staccati. Il campionato va al neozelandese, che chiude secondo dietro De Ferran una corsa conclusa con la bandiera rossa per l’incidente di Kenny Brack. Le speranze di Kanaan e Castroneves finiscono poco prima, quando un contatto li obbliga a effettuare una sosta supplementare per verificare i danni.

Davanti a tutti a St. Louis. indycar.com
Davanti a tutti a St. Louis. indycar.com

Il 2004 inverte l’equilibrio tecnico, con la riduzione da 3.5 litri a 3 litri imposta dalla IRL in seguito agli incidenti di Brack e Tony Renna. Il posto del ritirato De Ferran viene preso da Sam Hornish, che si presenta alla Penske battendo Castroneves in volata nella prima corsa di Homestead. Sarà l’unica soddisfazione fino all’ultima corsa dell’anno per il team del Capitano, che come tutte le squadre Toyota e Chevrolet nulla può contro lo strapotere Honda, che porta alla vittoria i team Andretti-Green, Rahal-Letterman e Fernandez. Castroneves termina quarto una stagione consistente in cui raccoglie 5 pole, i podi di Motegi, Richmond, Nashville e la vittoria nell’ultima corsa in Texas, dove viene multato di 50.000$ per aver anticipato l’ultima decisiva ripartenza. A Indianapolis resta tra i primi per buona parte della gara, ma è relegato in nona posizione da un errore di posizionamento nell’ultima decisiva sosta ai box.

Texas. Shawn Payne, indycar.com
Texas. Shawn Payne, indycar.com

Il 2005 segna l’introduzione in calendario dei primi stradali, ma non cambia l’equilibrio tecnico, con i team Honda a farla da padrone. Hornish si dimostra l’unico reale avversario per il team Andretti-Green, vincendo due corse e chiudendo il campionato al terzo posto. Castroneves termina sesto una stagione negativa in cui coglie solo una vittoria, a Richmond, e incredibilmente non conclude nessuna delle corse sugli stradali, pur partendo sempre in prima fila. A St Petersburg è eliminato da un contatto col solito AJ Foyt, a Sonoma è vittima di un’entrata kamikaze del rookie Briscoe mentre a Watkins Glen si aggancia nel finale con Tomas Enge. Come l’anno precedente, è solo nono a Indianapolis dopo essere scampato a un incidente potenzialmente disastroso con Larry Foyt.

Chicago. indycar.com; Ron MnQueeney
Chicago. indycar.com; Ron MnQueeney

Nel 2006 la condizione di monomotore Honda in cui cade la serie riporta equilibrio tra le squadre di vertice, con i team Penske e Ganassi a dominare il campo. Dan Wheldon mena le danze quasi in tutte le gare, ma paga numerosi errori strategici, vincendo solo due volte contro i 4 successi a testa di Hornish e Castroneves. I tre si presentano all’ultimo appuntamento di Chicago al vertice della classifica, con il brasiliano davanti di un punto rispetto al compagno e la coppia Wheldon-Dixon più staccata. Castroneves rimedia una penalità a inizio gara e proprio quando, grazie a una bandiera gialla, riesce a ricongiungersi con gli altri contendenti al titolo, viene riassorbito dal gruppo di doppiati e chiude solo quarto, mentre a Hornish basta il terzo posto per vincere il titolo con gli stessi punti di Wheldon e due più del brasiliano. La gara segna anche un forte litigio tra Helio e l’amico di sempre Kanaan, reo a suo dire di aver ostacolato in tutti i modi la sua rimonta. I due si parleranno a stento per molti mesi a seguire. Aldilà dell’esito dell’ultima corsa, Helio perde il titolo a Milwaukee, dove si ritira per un contatto con Carpenter, e a Richmond, dove buca una gomma nel finale. Come detto a fine stagione le sue vittorie sono quattro: St. Pete, al termine di un lunga battaglia con Dixon e Kanaan; Motegi, dopo aver controllato Wheldon per tutta la corsa; Texas, dove emerge in testa dall’ultimo turno di soste; Michigan, dopo un lungo confronto con Vitor Meira. Un brutto incidente con Buddy Rice pone invece fine alla sua Indy500, vinta da Hornish in modo spettacolare.

motorsport.com; 2005
Vittoria a St Pete davanti a Dixon e Kanaan. motorsport.com; 2006

Il 2007 vede il ritorno in auge del team Andretti-Green e l’esplosione di Dario Franchitti, che batte Scott Dixon all’ultima gara e lo precede anche a Indianapolis. Per la Penske una stagione storta in cui team e piloti gettano al vento numerose occasioni, oltre alla possibilità di lottare per il titolo. Castroneves vince a St Petersburg e ottiene ben sette pole positions, molte delle quali sugli stradali, dove ancora una volta è coinvolto in incidenti, come a Watkins Glen, dove va a muro pressato da Dixon o a Detroit, dove si scontra con Scheckter. Chiude il campionato sesto, cogliendo un terzo posto a Indianapolis che gli va stretto. Con una ripartenza superba nel finale riesce infatti a installarsi dietro Franchitti e Dixon, davanti in virtù di una strategie diversa e “salvati” dalla pioggia, che pone fine alla gara. Nell’inverno Helio partecipa al programma tv “Ballando con le stelle”, che vince nonostante le infinite prese in giro degli amici brasiliani, Gil De Ferran in primis.

St. Petersburg. indycar.com, Dana Garrett
St. Petersburg. indycar.com, Dana Garrett

Il 2008 vede l’abbandono di Hornish, dopo quattro stagioni non sempre serene, e l’arrivo di Briscoe come nuovo compagno di squadra. Per Helio è la stagione dei secondi posti: ne colleziona ben 7, fino al liberatorio successo di Sonoma. Per la Penske una doppietta storica, perché la squadra perde in un incendio le sue vetture principali e ne costruisce in extremis in pista altre due durante il primo giorno di prove. Scott Dixon domina la stagione, ma Castroneves riesce a portare la lotta fino alle ultime corse. A Detroit però una penalità per blocking su Justin Wilson gli nega la vittoria, mentre all’ultima corsa di Chicago parte dal fondo ma riesce a vincere in volata su Dixon, che si aggiudica comunque il titolo. A Indianapolis chiude quarto, non riuscendo a tenere il passo di Dixon, Meira e Andretti nel finale. Poco dopo Chicago, Castroneves viene rimandato a giudizio per evasione fiscale relativamente a una complessa vicenda di capitali trasferiti all’estero durante i suoi primi anni al team Penske. Il polverone si solleva in seguito a un’altra causa intentatagli qualche anno prima da Emerson Fittipaldi, che non accetta le modalità con cui il contratto di management con Castroneves si è concluso nel ’99. Helio vince la causa con Emerson, ma rischia ora una detenzione di diversi anni in caso di condanna.

Chicago. indycar.com, Jim Haines
Chicago. indycar.com, Jim Haines

Per il 2009 la Penske, in attesa di conoscere le sorti del suo pilota, sceglie in sostituzione Will Power, che corre sulla vettura numero 3 a St Petersburg. Il venerdì del week end di Long Beach, Castroneves viene assolto, precipitandosi in California dove sbatte nelle prove, ma riesce a concludere la gara al  settimo posto. È poi secondo in Kansas e si presenta carico a Indianapolis, dove conquista la pole e riesce a portare a casa la terza 500 miglia della carriera, in un’atmosfera di grande commozione collettiva. Nonostante la gara in meno, Helio potrebbe rientrare nel discorso campionato, grazie a un’altra vittoria in Texas, ma una lunga sequenza di corse inconcludenti, tra guasti e incidenti, lo relegano al quarto posto in un campionato che nessuno vuole vincere e che alla fine Franchitti riesce a soffiare a Briscoe e Dixon.

Indy n3. indycar.com, Dana Garrett
Indy n3. indycar.com, Dana Garrett

Nel 2010 Castroneves si segnala tra i piloti più veloci, vince tre corse, in Alabama e sugli ovali di Kentucky e Motegi, rimanendo in lotta per il titolo fino alle gare canadesi di metà estate. A Toronto infatti un’incidente con Meira lo elimina dalla corsa, mentre a Edmonton viene penalizzato per blocking su Power a 5 giri dal termine. Helio mette allora in scena una protesta veemente contro una decisione sacrosanta che fa rispettare una regola indubbiamente stupida. Questi risultati, uniti a un incidente con Moraes in Texas, gli fanno perdere il treno per il titolo, vinto da Franchitti su Power. Il pilota scozzese si aggiudica anche Indianapolis, dove Castroneves parte in pole per la quarta volta, chiudendo però la corsa al nono posto dopo un fallito tentativo di evitare l’ultimo pit stop, in una replica della strategia adottata nel 2002.

Barber. indycar.con, Dan Helrigel
Barber. indycar.con, Dan Helrigel

Il 2011 è probabilmente la peggior stagione della carriera di Castroneves. Nel tentativo di rivaleggiare con Power sul campo della velocità pura, Helio infatti forza troppo, provocando incidenti quasi in ogni gara nella prima parte dell’anno, senza peraltro riuscire nell’intento. Termina il campionato all’11° posto senza vittorie, cosa mai accaduta nella sua carriera al team Penske. I migliori risultati alla fine saranno i secondi posti di Edmonton e Sonoma, mentre è sfortunato a Milwaukee e Iowa, dove delle forature gli negano possibili vittorie. Indianapolis è il manifesto della  stagione, con una qualifica negativa e una gara conclusa nell’anonimato al 17° posto, tra molti problemi.

Edmonton. indycar.com, Daniel Incadela
Edmonton. indycar.com, Daniel Incadela

Il 2012 vede il ritorno di un Castroneves più riflessivo, che cancella le brutte figure della stagione precedente, trionfando all’esordio sulla nuova DW12 a St Pete, grazie a un gran sorpasso all’esterno su Scott Dixon. Helio imposta il suo campionato sulla consistenza, mettendo insieme numerosi piazzamenti, che dopo la seconda vittoria di Edmonton lo lanciano nella lotta per il titolo con Power, Hunter-Reay e Dixon. Un errore al primo giro a Sonoma e prestazioni sotto tono a Mid Ohio e Baltimora rovinano però tutto, relegando Castroneves al quarto posto finale. Indianapolis va in modo simile all’anno precedente. Qualifiche discrete ma le Penske non sono mai realmente in lotta per la vittoria, con Helio che chiude solo 10°.

St.Pete. nbclosangeles.com; Getty Images
St.Pete. nbclosangeles.com; Getty Images

Il 2013 sembra finalmente l’anno buono per la conquista del tanto sospirato titolo IndyCar. Helio sceglie ancora una volta la strada delle continuità, vincendo una sola volta, in Texas, e mettendo a segno 14 arrivi in top ten nei primi 16 appuntamenti, tra cui i secondi posti di St Pete, Milwaukee e Toronto, che gli permettono di tenere la testa dalla classifica dalla seconda corsa di Barber fino alla penultima di Houston. Risultato dovuto anche all’inconsistenza dei suoi avversari, che per vari motivi sono incapaci di trovare una continuità di risultati decente. Risolti i problemi al motore Honda però, Scott Dixon e il team Ganassi vincono 4 delle ultime 9 corse e nonostante incidenti e penalità varie ne ostruiscano il percorso, superano Castroneves in classifica proprio prima dell’ultima gara. Nel week end di Houston infatti, Helio si ferma in entrambe le corse per problemi al cambio, presentandosi a Fontana con un distacco di 25 punti dal neozelandese. Nonostante una corsa generosa del brasiliano, Dixon non commette errori e vince il titolo, mentre Helio nel finale è costretto a delle soste supplementari per problemi di surriscaldamento. A Indianapolis la Penske torna finalmente competitiva e Castroneves si trova nelle zone alte della classifica nella fase decisiva. Una neutralizzazione a tre giri dal termine, impedisce però a lui e a molti altri piloti di inserirsi nei giochi per la vittoria, che va all’amico d’infanzia Tony Kanaan.

Texas. indycar.com, John Cote
Texas. indycar.com, John Cote

CONTINUA…

Anno Serie Squadra N Sponsor Gare Pos. Finale Punti Vittorie Podi Top5 Top10 Pole P.
1998 CART Bettenhausen 16 Alumax 19 17 36 0 1 1 5 0
1999 CART Hogan 9 Hogan 20 15 48 0 1 2 6 1
2000 CART Penske 3 Marlboro 20 7 129 3 4 6 11 3
2001 CART Penske 3 Marlboro 20 4 141 3 4 6 11 3
2001 IRL Penske 68 Penske 2 24 64 1 1 1 1  
2002 IRL Penske 3 Marlboro 15 2 511 2 7 12 14 1
2003 IRL/IndyCar Penske 3 Marlboro 16 3 484 2 8 9 11 3
2004 IRL/IndyCar Penske 3 Marlboro 16 4 446 1 5 6 13 5
2005 IRL/IndyCar Penske 3 Marlboro 17 6 440 1 3 8 11 2
2006 IRL/IndyCar Penske 3 Marlboro 14 3 473 4 6 9 12 6
2007 IRL/IndyCar Penske 3 Marlboro 17 4 446 1 5 6 11 7
2008 IRL/IndyCar Penske 3 Marlboro 18* 2 629 2 11 15 16 4
2009 IRL/IndyCar Penske 3 Marlboro 16 4 433 2 4 7 10 2
2010 IRL/IndyCar Penske 3 Hitachi 17 4 531 3 5 9 15 2
2011 IndyCar Penske 3 Shell 17 11 312 0 2 3 7 0
2012 IndyCar Penske 3 Shell 15 4 431 2 3 5 12 1
2013 IndyCar Penske 3 Shell 19 2 550 1 5 6 16 1
2014 IndyCar Penske 3 Shell 18 2 609 1 6 7 10 4
2015 IndyCar Penske 3 Shell 16 5 453 0 5 6 9 4
2016 IndyCar Penske 3 Shell 16 3 504 0 4 8 10 2
2017 IndyCar Penske 3 Hitachi 17 4 598 1 3 9 16 3
          345   8268 30 93 141 227 54

* 1 corsa fuori calendario

Vittorie Stradali Cittadini Ovali Totale
1998 0 0 0 0
1999 0 0 0 0
2000 Detroit Mid Ohio Laguna Seca 2 1 3
2001 Long Beach Indy500 Detroit Mid Ohio 1 2 1 4
2002 Phoenix Indy500 0 0 2 2
2003 St. Louis Nazareth 0 0 2 2
2004 Texas2 0 0 1 1
2005 Richmond 0 0 1 1
2006 St. Pete Motegi Texas Michigan 0 1 3 4
2007 St. Pete 0 1 0 1
2008 Sonoma Chicago 1 0 1 2
2009 Indy500 Texas 0 0 2 2
2010 Barber Kentucky Motegi 1 0 2 3
2011 0 0 0 0
2012 St. Pete Edmonton 1 1 0 2
2013 Texas 0 0 1 1
2014 Detroit 1 0 1 0 1
2015 0 0 0 0
2016 0 0 0 0
2017 Iowa 0 0 1 1
2018 0 0 0 0
Totale 6 7 17 30
Quote 20,0% 23,3% 56,7% 1

Helio Castroneves

Sam Hornish Jr.

Nome: Samuel Jon Hornish Jr.

Data e luogo di nascita: 2 luglio 1979, Defiance (Ohio, USA)

Nazionalità: Statunitense

Ruolo: Pilota

Sam Hornish Jr. nasce a Defiance, Ohio, il 2 luglio 1979. Suo padre possiede un’azienda di trasporti ed è un grande appassionato di corse. La passione di Sam nasce così nelle tribune dei circuiti del circondario e a 10 anni arriva il debutto col kart sullo sterrato, dove vince quasi subito, passando presto alle piste pavimentate. Negli anni successivi il giovane Sam ottiene successi prima in campo regionale e poi interstatale, affermandosi in vari campionati disputati tra gli Stati Uniti e il Canada. A 16 anni debutta in Formula Ford, nella USF2000, in un team a conduzione familiare, facendo esperienza. Nelle stagioni successive cambia diverse squadre, ottenendo nel 1998 tre podi e il settimo posto in classifica. Nel 1999 passa quindi in F.Atlantic, col team Shank, con cui ottiene una vittoria sull’ovale di Chicago e chiude il campionato al settimo posto. Parallelamente Sam entra in contatto con un piccolo team che corre in IRL, il PDM Racing, che a Indianapolis è ospitato nell’officina del leggendario capo meccanico AJ Watson. Insieme riescono a mettere insieme il budget per correre le prime quattro corse del campionato 2000.

Nella primo appuntamento di Orlando Sam chiude 19° staccato di molti giri, finendo poi contro il muro nella corsa successiva a Phoenix. A Las Vegas porta però la sua G.Force-Aurora vecchia di un anno a un insperato terzo posto, risultato che dà una svolta alla sua carriera. Per Indianapolis la squadra riceve infatti una nuova vettura dalla Dallara, che l’americano qualifica in quinta fila. La gara si chiude con un incidente al 150° giro, ma i premi in denaro sono sufficienti perché Sam possa acquistare dalla squadra un carico di 2500 telefoni cordless, donati da uno dei pochi sponsor, e continuare con il team per qualche altra corsa. Mentre i genitori riescono in qualche modo a dare via tutti i telefoni, Sam nelle gare successive riesce a mettersi in mostra: in Kentucky in particolare, dove guida la corsa per una trentina di giri e rimane in zona podio fino a due tornate dal termine, quando finisce il metanolo e chiude nono. Il talento dell’americano non è però passato inosservato ai top team e dopo un test favorevole, Hornish viene scelto per sostituire il ritirato Scott Goodyear al team Panther.

Foto di rito a Indianapolis col team PDM e la livrea supportata dai Thunderbirds dell’aviazione americana. snaplap.net

L’avvio della stagione 2001 è scioccante. Sam infatti domina le prime due corse di Homestead e Phoenix, mettendo in riga i piloti più esperti della categoria e impostando poi un campionato basato sulla continuità. Hornish si dimostra infatti maturo e riflessivo, pur mettendo in mostra una guida aggressiva e spettacolare: è il più determinato nel traffico e non ha timori riverenziali nei confronti di nessuno, passando tra il muro e gli avversari senza esitazioni ma senza apparentemente forzare, con una naturalezza che lascia di stucco considerando la giovane età. Nelle corse successive Sam è sempre tra i protagonisti, mette a segno sette podi, tra cui tre secondi posti consecutivi, che gli permettono di conquistare il titolo a Chicago con una corsa d’anticipo. Libero da ogni pressione, nell’ultimo appuntamento in Texas il pilota dell’Ohio mette poi a segno una vittoria magistrale, regolando Sharp e Buhl in una spettacolare volata a tre. L’unico rammarico della stagione viene da Indianapolis, dove Sam si qualifica in quinta fila ma perde il controllo della vettura in una ripartenza, colpendo il muro e coinvolgendo Al Unser Jr.

Phoenix. autoracing1.com
Phoenix. autoracing1.com
Campione. indycar.com
Campione. indycar.com

 

Se nel 2001 Sam vince la forse non irresistibile concorrenza dei piloti IRL (Buddy Lazier ottiene comunque una vittoria in più), nel 2002 per il giovane americano arriva l’esame più impegnativo. Dopo il debutto di Phoenix e il trionfo di Indianapolis nel 2001, la Penske si trasferisce stabilmente in IRL nel 2002 e il campionato diventa subito un affare privato tra i piloti del Capitano, il due volte campione CART Gil De Ferran e il vincitore di Indy Helio Castroneves, e il giovane campione IRL. E’ questa la stagione in cui Hornish trova ancora più consapevolezza dei suoi mezzi, diventando il maestro degli arrivi al fotofinish. La stagione parte a Homestead e sono il team Panther e il suo pilota a vincere il primo round, dominando davanti a De Ferran e Castroneves. A Phoenix però i ruoli si invertono ed è Helio a trionfare davanti a Gil, con Hornish che agguanta un terzo posto nonostante problemi al cambio. Fontana chiarisce quello che sarà il motivo di tutta la serie: la Penske corre tutta la stagione col motore 2001, meno assetato e più affidabile, mentre il preparatore del team Panther riesce dove la Ilmor si blocca, facendo lavorare egregiamente il più potente propulsore Chevy 2002.

In California Hornish conquista una grande vittoria bruciando sul traguardo Jaques Lazier, mentre i piloti Penske chiudono quarto e quinto. Nell’appuntamento successivo di Nazareth l’americano commette però un brutto errore cercando un impossibile attacco all’esterno su Lazier mentre De Ferran, in crisi coi consumi, cede la vittoria all’ultimo giro a Sharp, con Castroneves solo quinto. Indy è ancora amara per Sam, che parte in terza fila, lotta nelle prime posizioni con Scheckter e Kanaan, ma danneggia una sospensione in una strisciata contro il muro, perdendo numerosi giri per le riparazioni. In Texas è coinvolto in un altro incidente con Cheever, chiudendo poi terzo dietro le Penske a Pikes Peak. Torna quindi alla vittoria a Richmond, con un’esaltante rimonta negli ultimi giri in cui ha la meglio su Giaffone e De Ferran, chiudendo poi terzo a Nashville, dove comanda a lungo la gara ma chiude quarto dopo aver perso tempo per un contatto con il rookie Mack, che gli rovina addosso durante una bandiera gialla. In Kansas è battuto in volata da Ayrton Daré, mentre a Michigan è solo settimo dietro le Penske, con le quali continua ad alternarsi in testa al campionato, grazie al secondo posto in Kentucky dietro Giaffone. De Ferran e Castronves si rifanno a St Louis, precedendo Hornish in una doppietta Penske ma nella gara successiva, a Chicago, Gil impatta violentemente contro il muro ed è costretto a saltare l’ultima corsa in Texas. Sam conduce a lungo la gara e sul traguardo precede Al Unser Jr. per 2 millesimi di secondo, record per l’arrivo più ravvicinato nella storia dell’IndyCar. Castroneves agguanta invece un quarto posto e si presenta in Texas con 12 punti di ritardo dall’americano. Nonostante Meira e Sharp siano molto veloci, la corsa finale si trasforma in un duello privato tra il brasiliano e Hornish. L’americano sa che un secondo posto gli garantirebbe il titolo, ma decide di rischiare il tutto per tutto. I due si scambiano diverse ruotate negli ultimi 30 passaggi, ma Sam riesce comunque a precedere Helio per 9 millesimi, staccandolo di 20 punti in classifica. Con questo trionfo Hornish assurge al ruolo di eroe nazionale per i tifosi, battendo i piloti stranieri di una squadra dalle potenzialità quasi illimitate rispetto al piccolo ma agguerrito team Panther.

Volata decisiva in Texas. indycar.com
Volata decisiva in Texas. indycar.com

Finale a Richmond

Volata di Chicago

Nel 2003 l’arrivo delle migliori squadre CART e soprattutto di motoristi come Honda e Toyota, cambia completamente gli equilibri del campionato IRL. Improvvisamente le squadre motorizzate Chevrolet vengono tagliate fuori dai giochi di testa e in breve molti dei protagonisti dei primi 5-6 anni della serie devono cedere il passo. La prima metà stagione per Hornish e il team Panther è difficile, tra corse inconcludenti, qualche incidente e ritiri per problemi tecnici: a Homestead l’americano è solo decimo, viene spedito contro il muro a Phoenix dal rookie AJ Foyt IV, presentandosi a Indianapolis con all’attivo il sesto posto di Motegi. Sam si qualifica 18° ma in gara risale in top ten, sfruttando magistralmente ogni occasione concessa dal traffico fino agli ultimi giri, quando la rottura del motore lo costringe al ritiro. È solo 10° in Texas, cogliendo poi due piazzamenti in top 5 sugli ovali corti di Pikes Peak e Richmond, dove la potenza è un fattore secondario e lui può dare spettacolo nel traffico.

A Michigan arriva finalmente la svolta quando la IRL permette alla Chevrolet, colta impreparata dall’impegno di Honda e Toyota, di correre ai ripari. La casa del cravattino decide così di impiegare un nuovo motore atmosferico derivato dal progetto Cosworth per la ChampCar 2003. La situazione si ribalta e ora è il team Panther ad essere quasi troppo forte per gli avversari. A Michigan Sam chiude secondo in volata dietro Alex Barron, ma coglie una perentoria affermazione in Kentucky, è poi sesto a St Louis, chiude secondo dietro Castroneves a Nazareth e con una corsa sensazionale trionfa a Chicago, facendosi largo a ruotate nel traffico e precedendo Dixon e Herta sul traguardo per pochi millesimi. Sam ha ancora la meglio sul neozelandese nella corsa successiva a Fontana, dove completa le 400 miglia alla media record di 207,1 mph. Staccato a Nashville di 117 punti da Kanaan, l’americano arriva all’ultima corsa in Texas in quarta posizione con 19 punti da recuperare su Dixon e Castroneves. I sogni di gloria per un terzo titolo consecutivo vanno però in fumo, insieme al suo motore, a 24 giri dal termine, relegando Hornish al quinto posto finale.

Volata vincente a Chicago. indycar.com
Volata vincente a Chicago. indycar.com

Volata a 3 a Chicago

Sul finire della stagione 2003 Gil De Ferran annuncia il suo ritiro dalle competizioni e Roger Penske non si fa scappare l’occasione di ingaggiare Hornish, primo americano stabilmente in forza alla squadra dai tempi di Al Unser jr. Per Sam è un sogno che diventa realtà, perché da sempre desidera correre per il Capitano e vincere a Indianapolis con la vettura bianco-rossa. Alla Penske Hornish incontra anche Rick Mears, suo idolo d’infanzia, che lavorerà molto sul giovane americano, instillandogli quella giusta dose di pazienza necessaria per portare a casa una corsa complessa come Indianapolis. Per la prima volta Sam ha anche a che fare con un compagno di squadra stabile, Helio Castroneves. Sono proprio loro due a giocarsi la prima gara del 2004 a Homestead. Dopo aver seminato il gruppo, negli ultimi 10 giri Hornish si installa sulla coda di Castroneves, fintando di continuo un attacco. All’ultimo giro il brasiliano adotta una strana tattica: convinto che la linea esterna sia la più veloce sul traguardo, in curva 1 Helio lascia libero l’interno a Hornish. I due proseguono affiancati fino alla curva 3 ma l’americano riesce a passare davanti, andando a vincere al debutto con la squadra. A Phoenix Hornish è forse l’unico in grado di contendere la vittoria a Kanaan, ma finisce contro il muro della curva 2 dopo il primo pit stop, buttando via un sicuro podio. Un altro incidente a Motegi, causato da un cambio di traiettoria improvviso di Matsuura, conduce al mese di maggio. Sam si qualifica in quarta fila, ma dopo una fase iniziale di studio rompe gli indugi e si porta al comando, lottando con Kanaan e Rice. A metà gara però perde tempo prezioso durante una sosta e durante la rimonta è coinvolto in un brutto incidente all’uscita di curva 4 con Manning e Greg Ray.

Nell’appuntamento successivo in Texas chiude quarto dopo un pericolosissimo contatto ruota a ruota con Rice e il momento difficile si prolunga a Richmond, dove ha la vittoria a portata ma, nel tentativo di raggiungere Castroneves, si tocca con Scheckter colpendo il muro e perdendo 5 giri. Dopo un’altra prova non entusiasmante in Kansas, torna finalmente sul podio a Nashville, dove Kanaan rintuzza con una ruotata un suo estremo attacco all’ultimo giro. Il terzo podio arriva a Milwaukee, un terzo posto dietro Franchitti e Rice, cui segue un buon quarto posto a Michigan. Un ritiro per problemi tecnici in Kentucky precede i disastri di Pikes Peak e Nazareth. In Colorado Hornish dà spettacolo, risalendo il gruppo a suon di sorpassi, fino a quando una turbolenza lo spedisce contro il muro. In Pennsylvania invece è bravo a soffiare il primo posto a Castroneves, ma quando la vittoria sembra ormai a un passo, un’incomprensione durante una sosta lo vede ripartire in anticipo e compromettere tutto. Raccoglie poi due piazzamenti a Chicago e Fontana, ma è ancora una volta fermato da un problema tecnico in Texas, dove potrebbe giocarsi la vittoria. I numerosi ritiri lo relegano in un deludente settimo posto finale in classifica

Pikes Peak. indycar.com; Ron McQueeney
Pikes Peak. indycar.com; Ron McQueeney

Nel 2005 Sam è chiamato a riscattare una stagione d’esordio tutto sommato inconcludente. L’inizio è ottimo, con un secondo posto a Homestead strappato a Kanaan e Meira sul traguardo e una grande vittoria a Phoenix. In Arizona in realtà il pilota da battere è Franchitti, ma nel finale Hornish riesce a tornare davanti allo scozzese durante l’ultima serie di soste, evitando il cambio gomme ed effettuando solo un rabbocco. All’ultima ripartenza è quindi bravo a rimanere alto di linea, con Franchitti che decidendo di insistere nel sorpasso all’esterno finisce sullo sporco e bacia il muro. A St Petersburg arriva l’esordio sugli stradali per l’IRL e per Hornish l’esperienza è un po’ traumatica, a causa della lunga inattività su questo tipo di tracciato. La sua corsa, spesa a lungo nella parte bassa del gruppo, finisce in una via di fuga nel finale dopo un contatto con Tomas Enge. Una corsa negativa a Motegi, nonostante la pole, porta a Indianapolis, dove Sam parte per la prima volta in prima fila, al fianco di Kanaan. L’americano guida la corsa più a lungo di tutti, battagliando con Kanaan e Franchitti. A 50 giri dal termine però perde un po’ il contatto coi primi e nel tentativo di resistere all’esterno a un attacco di Bourdais, finisce contro il muro della curva 1, collezionando il sesto ritiro di fila allo Speedway, frutto ancora una volta dell’impazienza. Nella corsa successiva in Texas corre alla grande, ma può poco contro il velocissimo Scheckter, che riporta alla vittoria il team Panther. Sette giorni dopo a Richmond, Sam è decisamente il pilota più veloce e gioca un po’ al gatto col topo con Castroneves, fino a quando un errore clamoroso in curva 4 lo spedisce violentemente contro il muro. Nella corsa successiva in Kansas è poi frenato da un problema tecnico, ma la sua stagione riprende presto slancio.

A Nashville deve arrendersi a un Franchitti più veloce chiudendo secondo, ma il duello tra i due si rinnova a Milwaukee. Sam parte in pole e domina la prima parte di gara, prima di lasciare spazio a Wheldon e Castroneves a causa di un treno di gomme difettoso. Dopo l’ultima sosta l’americano si ritrova quinto alle spalle dei due e di Kanaan e Franchitti, che non si fermano nel tentativo di evitare l’ultima sosta. Una mano gli arriva proprio da Hornish, che nella sua rimonta urta Castroneves mandandolo a muro. Dopo aver commesso il peccato capitale, Sam sa che c’è un solo modo per farsi perdonare dal Capitano e alla ripartenza si da subito da fare. In poche tornate si libera di Wheldon e Kanaan, andando alla caccia di Franchitti. I due arrivano anche alle ruotate, ma dopo diversi giri di lotta Hornish ha la meglio, fino a quando un problema in scalata lo spedisce quasi contro il muro, permettendo allo scozzese di ripassare. La caccia ricomincia e Sam riesce a riconquistare la prima piazza, che grazie al traffico rimane in bilico fino al traguardo. Dopo questo successo, dei piazzamenti in Michigan e Kentucky conducono a un buon secondo posto a Pikes Peak dietro Wheldon, mentre a Chicago chiude terzo in volata dietro l’inglese e Castroneves. Poca gloria viene dallo stradale di Sonoma, mentre a Watkins Glen approfitta di incidenti vari per chiudere settimo, terminando poi quinto a Fontana. Costante spina nel fianco dei piloti Honda, almeno sugli ovali, Hornish si piazza buon terzo in classifica.

Milwaukee. indycar.com; Ron McQueeney
Milwaukee. indycar.com; Ron McQueeney

Il pericolosissimo incidente delle prove a Indy

Il 2006 per Sam è l’anno perfetto, quello della definitiva consacrazione, seppur in un campionato sotto tono con soli 14 appuntamenti. La stagione parte a Homestead e l’americano domina a lungo, perdendo però posizioni durante l’ultima sosta collettiva e chiudendo terzo dietro Wheldon e Castroneves. A St Pete stupisce tutti precedendo il brasiliano in qualifica, ma in corsa torna nei ranghi e termina ottavo. A Motegi poi chiude quarto staccato dal vincitore Castroneves, ma la sua stagione comincia a Indianapolis, dove domina tutto il mese, conquistando con margine la pole position. In gara, per la prima volta, Hornish corre di conserva. Nei primi 100 giri lascia sfogare Wheldon, limitandosi a rimanere in top 5 e lavorando sulla vettura, ma la sua corsa prende una brutta piega al 150° giro quando, durante una sosta collettiva in regime di pace car, Roger Penske lo induce erroneamente a partire con il bocchettone ancora inserito. Nella confusione che segue, Sam si ritrova tra gli ultimi e alla ripartenza deve pure scontare un drive through, con Townsend Bell che lo tocca leggermente all’ingresso box. Nonostante tutto riesce a non perdere il giro pur risparmiando l’inverosimile per evitare l’ultimo rabbocco, che invece tutti gli altri devono effettuare. Una bandiera gialla nel finale ricompatta il gruppo e alla bandiera verde, data a 5 giri dal termine, Sam si districa in un groviglio di ruote facendo secchi Kanaan e Dixon e liberandosi facilmente di Michael Andretti. L’ultimo ostacolo tra Hornish e la vittoria è Marco Andretti, che respinge con grinta l’attacco del pilota Penske al penultimo giro. Sam perde molto terreno ma effettua l’ultimo giro come un ossesso, mentre il 19enne Andretti imposta ogni curva con troppa cautela, tanto che Hornish gli è di nuovo addosso in curva 3 e rischia di tamponarlo in curva 4. Sulla dirittura d’arrivo, il pilota Penske sfrutta perfettamente la scia e riesce a precedere il rivale di una lunghezza, il secondo margine più ristretto della storia di Indy, in un finale che passa alla storia.

Realizzato il sogno di vincere Indianapolis, Hornish si ributta sul campionato. Dopo una difficile prova a Watkins Glen sul bagnato, in Texas incalza Wheldon per tutta la corsa, ma durante l’ultima sosta lascia spegnere il motore ed è solo quarto. Le due corse successive lo lanciano però in testa al campionato. A Richmond domina incontrastato fino al traguardo mentre in Kansas riesce a scrollarsi di dosso Wheldon a due giri dal termine, precedendolo di poco. Nashville segna però una battuta d’arresto, con un errore dopo un pit stop che gli costa il ritiro, riscattato dal secondo posto di Milwaukee, dove dopo alcuni problemi iniziali recupera il giro perso e chiude alle spalle di Kanaan. A Michigan è fermato da guai elettrici, ma torna alla vittoria in Kentucky, precedendo in volata Dixon e Castroneves. Dopo questa serie di alti e bassi e un nono posto tutt’altro che entusiasmante a Sonoma, Sam si presenta all’ultima corsa di Chicago staccato di un solo punto da Castroneves e davanti a Wheldon di 18 lunghezze. Il brasiliano rimane però subito attardato per una penalità, perdendo nuovamente contatto nel finale. Contro voglia Sam rispetta l’ordine di Penske di non farsi coinvolgere nella lotta per la vittoria con i piloti Ganassi, portando a casa un terzo posto che vale il terzo titolo in carriera, conquistato con gli stessi punti di Wheldon ma due vittorie in più.

Vittoria in volata a Indianapolis. Bill Watson, indycar.com
Vittoria in volata a Indianapolis. Bill Watson, indycar.com
Campioni 2006. motorsport.com; Michael C. Johnson
Campioni 2006. motorsport.com; Michael C. Johnson

Già nel 2006 Hornish e Penske cominciano a discutere un possibile passaggio in Nascar e dopo aver vinto il titolo, Sam corre due gare nella serie Busch, ad Homestead e Phoenix, entrambe concluse con un incidente. Con un crescente numero di gare su stradali e cittadini e la progressiva crescita del livello della competizione, Sam è consapevole che sarà sempre più difficile lottare per il titolo IndyCar, ma la sua motivazione più grande è tentare una nuova sfida. Affronta quindi la stagione 2007 sapendo che sarà la sua ultima nelle ruote scoperte prima del passaggio definitivo alle stock car. La prima corsa a Homestead vive inizialmente sul duello tra Sam e Wheldon, ma l’inglese ha un altro passo e Hornish deve accontentarsi del terzo posto dietro anche a Scott Dixon. A St Pete mostra progressi nei cittadini, tenendosi a lungo in top 5, prima di essere rallentato da problemi ai freni, mentre a Motegi chiude quinto dopo aver fatto spegnere il motore all’ultima sosta. Dopo una pessima prova in Kansas, viziata da problemi d’assetto, si arriva a Indianapolis. Fino a metà gara Sam rimane in contatto con i primi, ma una toccata di Scheckter gli causa una foratura, costringendolo a una sosta supplementare. Nel finale è passato da Castroneves, ma entrambi sono beffati dalla pioggia, che li blocca al terzo e quarto posto.

Nella corsa successiva a Milwaukee poi deve rinunciare al podio, fermandosi prima che l’alettone posteriore collassi come successo al compagno di squadra. In Texas arriva finalmente la prima vittoria davanti a Kanaan e Patrick al termine di una corsa dominata, mentre in Iowa è coinvolto in un maxi incidente causato dalla stessa Patrick. A Richmond è invece Sam a sbagliare, girandosi in partenza e perdendo diversi giri, rifacendosi però a Watkins Glen, dove coglie un secondo posto eccellente alle spalle di Dixon, mettendo in mostra un gran passo gara. Nella sua risalita dopo una sosta, Hornish rifila però una ruotata a Kanaan, che dopo il traguardo restituisce lo sgarbo all’americano. Una volta scesi dalle vetture i due hanno un duro scontro verbale, fino a quando il padre di Hornish, sbagliando, rifila uno spintone al brasiliano che provoca una rissa tra i meccanici delle due squadre. Lo scontro è l’apice di una lunga inimicizia tra Hornish e i piloti del team AGR, che accusano l’americano di scarso senso sportivo.

Nell’appuntamento seguente a Nashville Sam chiude quarto vicinissimo alla Patrick, mentre le corse successive terminano tutte in incidente: a Mid Ohio esce di pista in curva 1 dopo una gara discreta; a Michigan è coinvolto nel “big one” causato da Franchitti e Wheldon, mentre in Kentucky è lui a perdere il controllo della monoposto, coinvolgendo il pilota inglese. Un discreto quinto posto a Sonoma è seguito da un altro incidente a Detroit con Sarah Fisher. Nell’ultima corsa della stagione e della sua carriera a ruote scoperte, a Chicago, Sam è il più veloce e domina a lungo. Una strategia sfalsata permette però a Franchitti e Dixon di evitare l’ultimo rabbocco e guadagnare un giro su tutti. Il neozelandese termina l’etanolo all’ultima curva, ma Sam chiude comunque al terzo posto davanti a Castroneves, che precede anche in classifica generale, in cui i due terminano quinto e sesto rispettivamente.

Texas. Steve Snoddy; indycar.com
Texas. Steve Snoddy; indycar.com

Nel 2007 Sam comincia la sua avventura Nascar a tempo pieno,  prendendo parte a diverse gare Nationwide Series e a due nella serie principale, la Sprint Cup. Il miglior risultato nella serie cadetta è il 15° posto di Atlanta nella corsa primaverile, svolta durante la stagione IndyCar. Nel 2008 è impegnato totalmente in Sprint Cup, facendo qualche apparizione anche in Nationwide. Al suo debutto a Daytona centra un incoraggiante 15° posto, ma fatica molto negli appuntamenti successivi, vivendo tutte le difficoltà tipiche dei piloti IndyCar alle prese con le stock car, esattamente come Dario Franchitti, che sulla Dodge del team Ganassi non fa figure migliori. Alla fine il miglior risultato della stagione, chiusa al 35° posto, sarà un 13° posto a Charlotte, mentre in Nationwide raccoglie un 11° posto a Darlington.

Nel 2009 arrivano riscontri più incoraggianti: Sam chiude il campionato al 28° posto ma riesce finalmente a entrare in top 5. Sono 7 i suoi arrivi tra i primi 10, tra cui svettano un quarto posto a Pocono e un quinto a Michigan, oltre a una vittoria in una batteria di qualificazione della All Star race di Charlotte. Il 2010 purtroppo segna un’inversione di tendenza, con un 29° posto finale e una 10° piazza a Loudon come miglior risultato che portano all’abbandono dello sponsor Mobil1. Nel 2011 Penske impegna Sam in un programma parziale in Nationwide, schierando una vettura molto competitiva: Hornish porta a casa 6 arrivi in top ten su 13 partecipazioni, dominando la prova di Phoenix e cogliendo finalmente la prima vera vittoria Nascar in carriera.

Questi risultati convincono il Capitano a confermare Sam per un impegno a tempo pieno nel 2012 nella categoria cadetta: su 33 corse l’americano porta a casa 22 arrivi in top ten, 10 in top5 e il quarto posto in campionato. Parallelamente, dopo la squalifica di Allmendinger, torna a correre in Sprint Cup, disputando 20 gare con un 5° posto a Watkins Glen come miglior risultato. Penske punta ancora su di lui nel 2013 per riconquistare il titolo Nationwide e Sam si gioca a lungo la testa della classifica con il giovane Austin Dillon, protetto di Max Papis, Regan Smith e Elliot Sadler. La lotta per il titolo si protrae fino all’ultima gara ed è Dillon ad avere la meglio per 3 soli  punti, con Hornish che chiude secondo con all’attivo 11 podi e una vittoria a Las Vegas. Per il 2014 Penske decide di terminare l’operazione riguardante la vettura numero 12 e Sam accetta l’offerta di Joe Gibbs di guidare per il suo team in alcune corse Nationwide. Al volante di una macchina estremamente competitiva, su 8 gare Hornish raccoglie una vittoria schiacciante in Iowa, un secondo posto in Michigan e altri due piazzamenti in top5. Corre anche una prova della Sprint Cup a Michigan, dove sostituisce l’infortunato Hamlin portando a casa un 17° posto.

Questi buoni risultati conducono per il 2015 a un ingaggio full time in Sprint Cup da parte del team di Richard Petty, ma la stagione non va secondo le attese. Sam non va infatti oltre un sesto posto a Talladega, cui si sommano due piazzamenti ai margini della top 10 a Sonoma e Watkins Glen. Questi risultati gli fruttano un 26° posto finale, posizione simile a quanto raggiunto in precedenza nelle stagioni Sprint Cup al team Penske. Dopo alcune voci su un possibile ritiro, a metà 2016 Sam è richiamato in Nationwide dal team Gibbs per correre in Iowa, dove replica il successo ottenuto due anni prima con la stessa squadra. Tre uscite supplementari con una vettura di Richard Childress fruttano poi all’americano un secondo posto a Mid Ohio, un quarto in Kentucky e un sesto ancora in Iowa.

Prima stagione completa in Nascar.
Prima stagione completa in Nascar. wikimedia.org
mustangfords.com; David Yeazell
Secondo in Nationwide nel 2013. mustangfords.com; David Yeazell
Anno Serie Squadra N Sponsor Gare Pos. Finale Punti Vittorie Podi Top5 Top10 Pole P.
2000 CART PDM 3 PDM 8 21 110 0 1 1 2 0
2001 IRL Panther 4 Pennzoil 13 1 503 3 10 11 12 2
2002 IRL Panther 4 Pennzoil 15 1 531 5 10 11 12 2
2003 IRL/IndyCar Panther 4 Pennzoil 16 5 461 3 5 7 12 1
2004 IRL/IndyCar Penske 6 Marlboro 16 7 387 1 3 6 8 0
2005 IRL/IndyCar Penske 6 Marlboro 17 3 512 2 7 9 12 3
2006 IRL/IndyCar Penske 6 Marlboro 14 1 475 4 7 9 11 4
2007 IRL/IndyCar Penske 6 Marlboro 17 5 465 1 4 8 12 0
Carriera         116   3444 19 47 62 81 12
Vittorie Stradali Cittadini Ovali Totale
2000 0 0 0 0
2001 Phoenix Homestead Texas II 0 0 3 3
2002 Homestead Fontana Richmond Chicago Texas II 0 0 5 5
2003 Kentucky Chicago Fontana 0 0 3 3
2004 Homestead 0 0 1 1
2005 Phoenix Milwaukee 0 0 2 2
2006 Indianapolis Richmond Kansas Kentucky 0 0 4 4
2007 Texas 0 0 1 1
Totale 0 0 19 19
Quote 0% 0% 100% 100%

Sam Hornish

 

Dario Franchitti

Nome: George Dario Marino Franchitti

Luogo e data di nascita: 19 maggio 1973, Bathgate (Scozia)

Nazionalità: Scozzese

Ruolo: Pilota

Dario Franchitti nasce a Bathgate, vicino a Edinburgo, il 19 maggio 1973 e come molti futuri colleghi ha le corse nel sangue. Sin da piccolo accompagna in pista suo padre George, titolare di un azienda produttrice di gelati e pilota amatoriale. Contagiato dal virus dei motori, Dario si cimenta col kart a 10 anni e inizia subito a vincere, prima in Scozia e poi in tutta la Gran Bretagna. A 17 anni lascia la scuola, diventando il ragazzo di bottega del team di David Leslie, dove fa un po’ di tutto e impara molto sul mondo delle corse.

Passa in monoposto nel 1991, col padre che ipoteca la casa di famiglia per finanziare la stagione di F.Vauxhall Junior, in cui Dario vince subito il titolo. Nel 1992 passa al campionato principale di F.Vauxhall col team di Paul Stewart, dove incontra Sir. Jackie, che diventa un imprescindibile punto di riferimento. Dario chiude la prima stagione al quarto posto, aggiudicandosi il McLaren/Autosport Young driver award, che lo aiuta a coprire il budget per la stagione successiva, in cui lo scozzese conquista il titolo. Economicamente sono comunque periodi di magra e quando non corre, Dario è spesso impegnato come istruttore in scuole di guida veloce e nella consegna di auto per diverse concessionarie. Nel 1994 lo scozzese è promosso dal team Stewart in F.3 Inglese al fianco di Jan Magnussen. Forte di precedenti favorevoli con il danese, Franchitti affronta con fiducia la stagione, vincendo la prima corsa. Nel resto del campionato però Magnussen è semplicemente inarrestabile, vince 16 corse su 18 aggiudicandosi il titolo con anticipo record. Per Dario è invece una stagione frustrante, con diversi problemi a frenarne spesso la marcia. Conclude il campionato al quarto posto, perdendo in parte la fiducia della squadra.

In difficoltà a trovare i fondi per affrontare un’altra stagione in F.3 o fare il passaggio in F.3000, la carriera di Dario è a un bivio, fino a quando una chiamata inaspettata porta a una enorme opportunità. Norbert Haug, direttore sportivo Mercedes, decide infatti di puntare sui giovani e ingaggia Franchitti in DTM e nella sua versione internazionale, l’ITC. Dario rischia di rovinare tutto al primo test con la nuova macchina, che distrugge alla prima presa di contatto tradito dalle gomme fredde. Si fa però perdonare alla prima corsa di Hockenheim, dove ottiene la pole. Nel 1995 è quinto in DTM con 4 podi, mentre si classifica terzo nell’ITC, vincendo al Mugello. Nel 1996 l’ITC assorbe il DTM, dando vita a una serie stellare. Dario si mantiene per tutto il campionato nella parte alta della classifica, grazie a un’ottima costanza di risultati. A fine stagione avrà messo insieme 8 podi, compresa la stupenda vittoria di Suzuka (una delle sue piste preferite con il Mugello), in cui dalla nona piazza di partenza si fa largo a sportellate tra le Alfa Romeo, conquistando il primo posto con una spettacolare staccata su Christian Danner al penultimo giro. Questi risultati gli valgono il quarto posto finale.

A Silverstone in Formula 3 nel 1994
Con la vittoria al Mugello nel 1995 Dario diventa, a 22 anni, il più giovane vincitore di sempre in DTM/ITC. Dtm.com

L’ITC dura solo un anno, ucciso dai suoi costi esorbitanti, ma Franchitti non è rimasto fermo. Già nella stagione precedente parla infatti con Norbert Haug e Paul Morgan della possibilità di correre nella CART americana, in cui la Mercedes è entrata ufficialmente nel ‘94. I colloqui portano a inizio ’97 a un test sul circuito di Homestead, in cui Franchitti prova la Reynard-Mercedes del team di Carl Hogan. La prima presa di contatto con una Champ Car è scioccante. Abituato a una macchina leggera, con numerosi aiuti elettronici e relativamente poca deportanza, Dario all’inizio fatica ad adattarsi a una vettura da 900 cv, oltre 700 kg e molto dura dal punto di vista fisico. Dopo il necessario rodaggio, ottiene comunque ottimi riscontri, convincendo il team manager americano. Parallelamente ha la possibilità di svolgere il ruolo di collaudatore per la McLaren, che già aveva provato nel 1995. Ron Dennis propone allo scozzese un contratto a lungo termine, lasciandogli la libertà di correre in America con la vaga speranza di arrivare un giorno in F.1. Franchitti però rifiuta la proposta, che in realtà garantisce poco al suo futuro agonistico, concentrandosi sulla possibilità americana.

La prima corsa CART sull’ovale di Homestead è difficile: Dario si qualifica bene, in quinta fila, ma in gara commette il classico errore da rookie, finendo nello sporco mentre viene doppiato da Andretti e andando a muro. Franchitti è quasi sempre il più veloce dei debuttanti, ma sfortuna ed errori gli impediscono non solo di ottenere grossi risultati, ma anche di chiudere nei punti con continuità. Dopo sei corse di apprendistato in cui racimola 3 punti a Surfers Paradise, inizia una fase di grandi prove velocistiche senza però risultati. A St Louis, la gara di casa del team Hogan, parte a centro gruppo, va in testa nella fase decisiva grazie a una buona strategia, ma il sogno è rovinato da un problema al cambio. A Detroit è buon quinto in qualifica, ma tampona Zanardi alla prima curva e un errore strategico lo estromette poi dalla lotta per la vittoria. A Portland è tra i più efficaci sul bagnato, lottando alla pari col pilota italiano, ma si ritira per un incidente evitabile con Unser. A Toronto poi arriva la prima pole, frutta di un’altra grandiosa prestazione in qualifica, vanificata però da un contatto alla prima curva con Bobby Rahal che lo spedisce a fondo gruppo, prima che un altro incidente lo elimini del tutto dalla corsa. L’ultima grande occasione arriva a Road America, dove Franchitti è ancora tra i più veloci sul bagnato, uscendo dai box dietro il leader Blundell dopo il primo turno di soste. Incredibilmente però rovina tutto dietro la pace car, perdendo il controllo della vettura all’uscita di curva 1 e centrando il muro. A fine stagione Dario può quindi contare su 10 miseri punti mentre Carpentier, mai veloce come lo scozzese anche a causa delle meno competitive gomme Goodyear, mette a segno due piazzamenti che sommati al secondo posto di St Louis gli garantiscono il titolo di rookie dell’anno. La velocità di Franchitti non è però passata inosservata e Barry Green, che sta rifondando la squadra campione nel ’95 con Villeneuve, propone allo scozzese un contratto per le stagioni successive. Il cambio di casacca manda su tutte le furie Carl Hogan, che appieda Dario per l’ultima corsa di Fontana, sostituendolo con Robby Gordon

A Laguna Seca davanti a De Ferran e Zanardi. champcar.com, Peter Burke
A Laguna Seca davanti a De Ferran e Zanardi. champcar.com, Peter Burke

Nel 1998 Dario si afferma come top driver e potenziale candidato al titolo della serie CART. Il team Green schiera infatti due Reynard-Honda-Firestone che poco hanno da invidiare alle vetture gemelle del team Ganassi, dominatore degli ultimi campionati. Sulla carta Franchitti dovrebbe essere il giovane da affiancare alla star del team, Paul Tracy, lasciato libero da Roger Penske a fine ’97. Fin da subito però Dario chiarisce il suo ruolo, risultando immediatamente più competitivo del canadese, che vive una stagione piena di sfortune e incidenti. Dopo le corse difficili di Homestead e Motegi, a Long Beach lo scozzese rimane in zona vittoria per tutta la gara, ma nulla può per contenere la furiosa rimonta di Zanardi, che recupera un giro e con gomme più fresche brucia nel finale lui e Bryan Herta. Gli ovali successivi regalano poche soddisfazioni, eccezion fatta per l’ottimo quarto posto di Milwaukee.

Quando inizia la stagione degli stradali, Franchitti si inserisce definitivamente tra i protagonisti. A Detroit chiude quarto mentre a Portland domina la corsa, gettando però tutto al vento quando spegne il motore durante una sosta, prima di essere eliminato da PJ Jones. È però buon terzo a Cleveland e ottiene un’altra pole a Toronto, dove domina fino alle ultime battute quando il pedale del freno va a fondo, mandandolo in testacoda e costringendolo al ritiro. Dopo il motore rotto di Michigan parte in prima fila a Mid Ohio, ma è eliminato in un contatto con Herta che coinvolge anche Vasser. Finalmente a Road America arriva il primo liberatorio successo. Dario supera Andretti durante un turno di soste e prende il largo, ripetendosi poi nell’appuntamento successivo di Vancouver, dove è un deciso sorpasso sullo stesso Andretti negli ultimi giri a garantirgli la vittoria. Dopo il quarto posto di Laguna Seca la corsa di Houston, flagellata dal maltempo, diventa un affare privato tra Franchitti e Tracy. In un estremo tentativo di sorpasso del canadese, le vetture del team Green entrano in contatto e il successivo scontro col muro costringe Tracy al ritiro, portando a un violento confronto ai box con l’esasperato Barry Green, che si consola comunque con la vittoria di Franchitti. A Surfers Paradise Dario riesce a soffiare la pole a Zanardi, ma i meccanici del team Ganassi restituiscono la testa al campione in carica, che controlla la gara fino al traguardo. Nella seconda metà di campionato Franchitti è il pilota che ottiene più punti, ma un ritiro per problemi al motore nell’ultima corsa di Fontana, unito alla contemporanea vittoria di Jimmy Vasser, gli costano il secondo posto in classifica.

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Road America 12 anni dopo, prima vittoria CART. champcar.com; Peter Burke, 1998

Nel 1999 Franchitti è tra i più seri candidati al titolo con Moore, Vasser e Andretti. Quella dello scozzese è una stagione quasi perfetta, consistente, con evidenti progressi sugli ovali e la solita maestria su stradali e cittadini. Nessuno può però prevedere l’impatto sul campionato del rookie Montoya, che prende il posto di Zanardi al team Ganassi. In buona parte delle corse il colombiano ha un passo quasi inavvicinabile e se per metà stagione la corsa al titolo coinvolge quasi tutti gli attesi protagonisti, dopo Chicago solo Franchitti può di fatto ancora contendergli la vittoria finale, grazie anche ai numerosi errori strategici del team Ganassi. Franchitti si dimostra molto competitivo nella corsa di apertura a Homestead, ma una tattica azzardata porta alla vittoria il suo grande amico Greg Moore, mentre Dario chiude terzo negli scarichi di Andretti. A Motegi lo scozzese però colpisce il muro e a Long Beach si scatena il ciclone Montoya. Dopo le avvisaglie del Giappone, il colombiano mette infatti in mostra tutta la sua grinta e velocità sulle strade della California, passando in una ripartenza Franchitti e andando a vincere approfittando dell’errore del poleman Kanaan. Nelle corse successive di Nazareth e Rio il colombiano stupisce ancora di più, dominando alla grande i due difficili ovali. Franchitti è solo ottavo in Pennsylvania e chiude buon secondo in Brasile.

A St Louis la tensione torna alle stelle nel team Green, quando Franchitti tenta un difficile sorpasso su Tracy in curva 3. Il canadese non concede abbastanza spazio e il contatto che ne consegue manda in testacoda Dario e a muro Paul. Franchitti si salva invece dal contatto col muro e riesce a proseguire, raccogliendo un eccellente terzo posto. Tracy si rifà nell’appuntamento successivo, tornando finalmente alla vittoria a Milwaukee, dove Franchitti è settimo. A Portland Dario ingaggia un lungo duello sui consumi con Montoya, che lo precede sul traguardo ma viene comunque battuto da De Ferran, su una strategia più aggressiva che gli impone di tirare al massimo ed effettuare un rabbocco nel finale. Montoya vince però la corsa successiva a Cleveland, mentre Franchitti si ferma bloccato dal motore. Road America segna una battuta d’arresto per entrambi: Dario prima va in testacoda e poi si ritira, mentre Montoya domina a lungo ma nel finale resta senza marce. La marcia di Montoya si arresta ancora a Toronto, dove il colombiano esce di pista, mentre Dario coglie il successo al termine di una corsa dominata. Il rookie recupera allo scozzese alcuni punti a Michigan, dove Dario chiude al quinto posto, ma a Detroit arriva il clamoroso sorpasso in classifica. Montoya infatti domina la corsa, ma un errore via radio di Chip Ganassi lo costringe a una strategia suicida. Viene poi eliminato da una tamponata di Castroneves, mentre Franchitti guida una doppietta del team Green. Il contrattempo non scoraggia però Juan, che infila tre successi consecutivi e sembra poter chiudere la contesa.

A Mid Ohio Franchitti parte in pole e domina a lungo, perdendo però tutto il vantaggio a causa di una foratura lenta, con Montoya che supera alla grande Tracy e ha poi campo libero dopo l’ultima sosta. Nella corsa di casa Ganassi a Chicago, Juan e Dario si scambiano a lungo la testa della corsa, transitando nell’ordine sul traguardo separati da Moreno, che inspiegabilmente non da strada a Franchitti. A Vancouver, in una corsa difficilissima sul bagnato, i contendenti al titolo arrivano allo scontro diretto e Franchitti commette un errore clamoroso quando, nel tentativo di passare il colombiano, perde il controllo della vettura e finisce contro le gomme. Montoya, nonostante una corsa tutt’altro che entusiasmante, guadagna altri punti sul rivale a Laguna Seca, quando Franchitti si ritira dopo un contatto con Moore ed è ormai staccato di 28 lunghezze. Il campionato sembra finito, ma a Houston Montoya distrugge una sospensione colpendo la vettura ferma in pista di Castroneves. Franchitti invece perde numerose posizioni a causa di un treno di gomme difettoso, ma dopo le soste si produce in una esaltante rimonta che gli vale il secondo posto dietro Tracy. A Surfers Paradise Dario conquista la pole con 8 decimi di vantaggio su tutti, dominando la corsa. Montoya, dopo delle prove difficili, è invece bloccato al terzo posto dietro Fernandez, fino a quando un errore in frenata lo conduce incredibilmente all’impatto contro le gomme, con conseguente ritiro.

La vittoria permette a Franchitti di presentarsi all’ultima corsa di Fontana con un vantaggio di 9 punti sul rivale. Dopo una stagione di lavoro perfetto della squadra però, lo scozzese perde due giri nella prima parte di gara a causa di problemi durante i pit stop. Sul finale non può poi evitare un ultimo rabbocco, che lo fa chiudere al decimo posto. A Montoya basta quindi il quarto posto per raggiungere Dario in classifica e aggiudicarsi il titolo per il maggior numero di vittorie, 7 contro 3. La delusione per la sconfitta lascia però subito spazio al dolore per la scomparsa di Greg Moore, il miglior amico di Dario oltreoceano, vittima di un incidente delle cui conseguenze i piloti vengono tenuti allo scuro fino alla bandiera a scacchi.

Dario e Tracy inseguono Montoya a Detroit, centreranno una doppietta. champcar.com, Peter Burke
Dario e Tracy inseguono Montoya a Detroit, centreranno una doppietta. champcar.com, Peter Burke

Dopo un inverno difficile, Dario torna alla guida della sua Reynard nel febbraio 2000 per i test pre stagionali a Homestead, in cui è vittima di un incidente tremendo, che lo porta a sbattere la testa contro il muro, provocandogli un grave trauma cranico e diverse fratture al bacino. Le conseguenze dell’incidente, che per molto tempo incideranno su riposo e concentrazione, sono parte in causa delle prestazioni altalenanti di Franchitti nelle stagioni successive. Dario riesce comunque a prendere il via a Homestead, ma il 2000 è una stagione storta, in cui le sue imperfette condizioni fisiche si sommano a tante piccole sfortune ed errori che a fine stagione lo lasceranno senza vittorie, oltre a estrometterlo dalla lotta per il titolo. Il primo risultato di rilievo arriva a Motegi, con un secondo posto che risolleva un inizio di campionato pessimo.

A Nazareth, come anche a Toronto, Houston e Surfers Paradise è coinvolto in un incidente al primo giro, mentre a Chicago si tocca ancora una volta con Tracy, che guida a lungo la classifica ma nelle ultime corse si deve arrendere a De Ferran. I migliori risultati per Dario sono due terzi posti a Michigan e Laguna Seca, mentre la piazza d’onore di Vancouver è la più amara delle delusioni. Il team Green domina il fine settimana e lo scozzese è determinato a onorare con un successo la corsa di casa di Greg Moore. Dario domina ma all’ultima sosta fa spegnere il motore, chiudendo secondo alle spalle di Tracy. La stagione termina con un ritiro a Fontana per rottura del motore e un 13° posto in classifica. In un test organizzato da Jackie Stewart, Franchitti prova a luglio la Jaguar F.1 a Silverstone. Il primo giorno Dario prende le misure alla vettura, fiducioso di poter esprimere il suo valore l’indomani. Il telaio che però il team gli mette a disposizione è, a suo dire, diverso e molto più lento, decretando il fallimento del test. Lo scozzese rimarrà sempre convinto che la squadra, dilaniata da lotte interne, lo abbia sabotato di proposito.

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Stesso tempo del poleman Montoya ma gara sfortunata a Detroit.
A Silverstone sulla Jaguar
A Silverstone sulla Jaguar

Nel 2001 Franchitti è confermato al team Green, che schiera altre due vetture per Paul Tracy e Michael Andretti, in arrivo dal team Newman Haas. È una stagione sicuramente più serena per Dario, che torna alla vittoria a Cleveland e ottiene tre secondi posti: a Detroit dove non può contrastare Castroneves, a Michigan dove l’ostruzionismo del doppiato Tagliani aiuta a vincere Carpentier e a Houston, dietro De Ferran. Numerosi piazzamenti in top ten nella prima parte del campionato (saranno 11 alla fine) tengono in corsa Dario per il titolo fino all’estate, ma una serie di problemi tecnici e qualche errore lo blocca al 7° posto finale.

Ritorno alla vittoria a Cleveland dopo un anno e mezzo. autoracing1.com
Ritorno alla vittoria a Cleveland dopo un anno e mezzo. autoracing1.com

Nel 2002 il team Green conferma la formazione di piloti, passando durante la stagione dal telaio Reynard alla Lola. Inizialmente la squadra si trova in difficoltà con la nuova vettura a causa di problemi ai freni, ma a metà stagione Franchitti è costantemente tra i più veloci, centrando tre vittorie, la prima delle quali a Vancouver, vendicando il secondo posto di due anni prima, trionfando poi ancora in Canada, sul cittadino di Montreal. Il terzo successo, il primo su un ovale, arriva in casa a Rockingham. Come detto la prima parte di stagione regala poche soddisfazioni, con un secondo posto a Monterey e un terzo a Motegi cui seguono i ritiri per incidente a Milwaukee e Laguna Seca. Risultati incostanti, con qualche incidente e rotture meccaniche alternate a podi e vittorie, non fanno andare Dario oltre il quarto posto in campionato, pochi punti dietro Junqueira e Carpentier, ma abbondantemente davanti ai compagni Andretti e Tracy. Nel 2002 Franchitti esordisce a Indianapolis, non risultando mai competitivo e vivendo la corsa come una distrazione dall’impegno CART. Negli ultimi giri si esibisce poi in una serie di manovre di disturbo ai danni di Castroneves e Giaffone, volte ad aiutare il compagno Tracy, che non gli fanno certo onore.

Prima vittoria su ovale a Rockingham.
Prima vittoria su ovale a Rockingham.

Nel 2003 Franchitti dovrebbe correre al fianco di Andretti e Kanaan in IRL, ma la stagione dello scozzese dura di fatto solo due gare, perchè durante un giro in moto in Scozia un guasto alla sua MV Agusta causa una rovinosa caduta, che gli provoca una frattura vertebrale. Dario salta numerose corse, tra cui Indianapolis, tornando poi a Pikes Peak, dove chiude buon quarto prima che il dottor Trammell, che lo ha rimesso in piedi, lo obblighi a saltare il resto della stagione. Nelle prime due corse Dario raccoglie un settimo posto a Homestead e un ritiro per rottura del cambio a Phoenix.

Pikes Peak. indycar.com
Pikes Peak. indycar.com

Franchitti torna ai nastri di partenza nel 2004, confermato dal team Andretti Green, che in questa stagione diventa la squadra di riferimento. Il campionato si apre male, con un incidente con Mark Taylor a Homestead. A Phoenix poi Dario naviga in top 5, reagendo però troppo tardi all’uscita di una bandiera gialla nel finale, tamponando Tomas Scheckter. È settimo a Motegi, qualificandosi in prima fila a Indianapolis, dove però non è mai realmente in lotta per la vittoria e chiude solo 17°. Il resto della stagione è un incredibile sequenza di alti e bassi. All’ottimo secondo posto in Texas segue un incidente a Richmond, il quarto posto in Kansas e un ritiro per problemi al cambio a Nashville. A Milwaukee poi arriva finalmente il momento di Dario, che prende la testa della corsa a metà gara e domina fino al traguardo. Lo stesso copione si ripete qualche settimana più tardi a Pikes Peak, con le due vittorie inframmezzate da un sesto posto in Kentucky e l’ennesimo ritiro per problemi tecnici a Michigan. Stessa sorte gli toccherà anche a Chicago, mentre a Nazareth chiude terzo, col team AGR che occupa tutto il podio, sbeffeggiando Roger Penske sul circuito di casa. Dopo un sesto posto di Fontana, il campionato si chiude male per Franchitti, coinvolto in un brutto incidente nelle prove in Texas e replicato poi in gara, quando un cedimento meccanico manda in testacoda lo scozzese, centrato poi da Barron. Alla prima stagione completa in IRL, Dario si piazza al sesto posto.

Milwaukee. indycar.com; Steve Snoddy
Milwaukee. indycar.com; Steve Snoddy

Ormai perfettamente ristabilito dai diversi infortuni patiti negli anni, il 2005 dovrebbe essere l’anno di Franchitti, una delle punte di un team praticamente invincibile. Il campionato si apre però subito male, con un motore rotto a Homestead. A Phoenix lo scozzese conferma il suo grande affiatamento con gli ovali corti, superando Castroneves e Hornish e comandando la seconda metà gara. Durante l’ultima sosta, effettuata a pochi giri dal termine, le Penske non sostituiscono le gomme, tornando in pista davanti a Dario che preferisce il pit stop completo. La corsa si risolve in una ripartenza a tre giri dal termine, in cui Franchitti cerca di passare Hornish all’esterno in curva 1. L’americano è però abile a portare il rivale sullo sporco, con Dario che sfiora il muro e perde posizioni, chiudendo quarto. A St Pete è uno dei più veloci, ma un contatto con Sharp e altri contrattempi lo fanno precipitare nelle retrovie. È però bravissimo nel finale a rimontare fino al terzo posto, ma la stessa aggressività lo tradisce a  Motegi  quando, cercando di resistere all’esterno in curva 4 a un attacco di Wheldon, finisce nello sporco e contro il muro. A Indianapolis si qualifica in seconda fila, alternandosi in testa con Hornish e Kanaan, ma è solo sesto al traguardo, a causa anche di una strategia che lo fa ripartire ai margini della top ten nel momento decisivo. È poi solo ottavo in Texas, mentre chiude buon secondo a Richmond, dove può poco contro un Castroneves velocissimo. È poi protagonista nell’appuntamento successivo in Kansas, ma perde il treno dei primi all’ultima sosta, dovendosi accontentare del quarto posto. A Nashville, dove vive insieme alla moglie Ashley Judd, coglie finalmente la prima vittoria della stagione tenendo a bada Hornish e superando Carpentier a 7 giri dalla bandiera a scacchi. È poi secondo a Milwaukee, dove prende la testa grazie a una strategia differenziata e ingaggia uno spettacolare duello a base di ruotate con un incontenibile Hornish, che coglie il secondo successo stagionale. Le corse successive regalano solo un ottavo posto a Michigan e un ritiro per problemi tecnici in Kentucky, mentre a Pikes Peak è ancora Dario a buttare al vento una corsa dominata, ripartendo troppo presto durante una sosta e perdendo due giri. Anche a Sonoma lo scozzese è tra i più veloci, ma un errore in qualifica lo costringe a partire dalle ultime file, da cui non riesce ad andare oltre il settimo posto. Nelle ultime corse è solo 12° a Chicago, chiudendo poi sul podio a Watkins Glen, dove non può nulla contro un imprendibile Dixon. A Fontana è protagonista di un duello per la vittoria con Kanaan, che sulla dirittura d’arrivo attiva per sbaglio il limitatore di velocità, regalando la corsa a Dario. Il successo per lo scozzese è particolarmente sentito, perché ottenuto sulla pista in cui il suo amico Greg Moore ha perso la vita 6 anni prima.

Chicago. indycar.com; Chris Jones
Chicago. indycar.com; Chris Jones

Nel 2006 Franchitti è uno dei principali candidati al titolo, ma il team AGR vive una stagione pessima, come anche il suo pilota. A Homestead Dario ottiene un buon quarto posto, conquistando la pole nell’appuntamento successivo a St Pete. Lo scozzese sbatte però nel warm up e si ferma in gara dopo pochi giri con una sospensione fuori posto. Un altro errore durante una sosta, con un meccanico investito, gli costa il podio a Motegi. A Indianapolis, dopo un difficile mese di prove, porta a casa un settimo posto, ma non è mai coinvolto nella lotta per la vittoria. Un errore sul bagnato a Watkins Glen gli costa il ritiro, mentre a una prestazione scialba in Texas segue un ottimo terzo posto a Richmond. Sugli ovali veloci però le sue prestazioni continuano a essere insufficienti, con un 12° posto in Kansas cui seguono due seste posizioni guadagnate a Nashville e Milwaukee. Mentre in Tennesse si lamenta sul finale per il presunto blocking di Danica Patrick, in Wisconsin il team AGR torna alle posizioni che gli competono, con Kanaan che porta a casa il successo. Le ultime corse, fatta eccezione per un bel secondo posto a Sonoma dove potrebbe forse vincere se non dovesse guardare le spalle ad Andretti nel finale, non regalano nulla di significativo. Per l’appuntamento finale di Chicago Dario, coinvolto in un brutto incidente a Goodwood alla guida di un auto storica, viene addirittura sostituito da AJ Foyt IV. In questo periodo sono molte le voci che lo vedrebbero in ChampCar per la stagione successiva, col team AGR che non nasconde l’insoddisfazione per le prestazioni dei due veterani, Franchitti e Herta, solo 8° e 11° in classifica.

Sonoma. indycar.com; Dana Garrett
Sonoma. indycar.com; Dana Garrett

Nonostante tutto Franchitti è confermato alla guida della vettura sponsorizzata Canadian Club per la stagione 2007, che non sembra promettere niente di che per lo scozzese, quarto elemento di una squadra piena di prime donne come Kanaan, Andretti e Danica Patrick. Nella prima corsa a Homestead lo scozzese è settimo, mentre a St Pete è mandato in testacoda da Kanaan alla terza curva, perde un giro ma incredibilmente riesce a recuperare concludendo al quinto posto. È poi terzo a Motegi e ottimo secondo in Kansas, andando a un soffio dalla pole a Indianapolis. Nelle prime battute rimane attardato da una sosta lenta, ma riesce in breve a riportarsi tra i primi. Dopo la prima interruzione per pioggia Dario adotta poi una tattica rischiosa, cambiando sequenza di rifornimenti per prendere il comando in attesa di altre precipitazioni. È aiutato in questo dai numerosi incidenti che si susseguono e che costano la gara a Kanaan, Wheldon e Andretti. Quando il nubifragio si scatena di nuovo Dario è ancora in testa, conquistando la vittoria più importante della carriera. Per Franchitti è la svolta, perché il successo a Indy gli regala una sicurezza mai vista, trasformandolo da pilota veloce ma spesso pasticcione in un campione riflessivo e concreto. Negli appuntamenti successivi infatti è secondo a Milwaukee e quarto in Texas, infilando poi due vittorie consecutive in Iowa e a Richmond. Nel primo caso controlla Andretti sul traguardo, aiutato dall’incidente multiplo che elimina alcuni concorrenti, in Virginia invece ha semplicemente un altro passo. Il momento d’oro gli regala una solida leadership in classifica, lentamente erosa però da Scott Dixon, che infila tre vittorie consecutive, con Dario sempre sul podio. A Michigan lo scozzese rimane attardato dopo la prima sosta, ma rimonta come una furia, riportandosi presto in testa. A 50 giri dal termine però la sua vettura si aggancia con la Dallara di Wheldon nel rettilineo di ritorno, volando letteralmente sopra le teste degli altri piloti, prima di strisciare contro l’asfalto capovolta. Dario esce comunque incolume dalla vettura distrutta e con Wheldon nel dopo gara voleranno parole grosse. Nell’appuntamento successivo in Kentucky, Franchitti commette un errore durante una sosta collettiva, andando a sbattere contro il cono che delimita la zona a velocità ridotta e danneggiando l’ala anteriore. Il contrattempo gli fa perdere contatto coi primi, ma il peggio deve ancora arrivare. Inconsapevole che si tratti dell’ultimo giro, dopo aver tagliato il traguardo al 7° posto lo scozzese continua a spingere, non avvedendosi del rallentamento di Matsuura, che viene centrato ad altissima velocità. La Dallara del team AGR si alza di nuovo in volo, andando a disintegrarsi contro il muretto, col pilota incredibilmente incolume che viene però multato per il suo comportamento irresponsabile. Nella corsa successiva a Sonoma Dario parte in pole e comanda la corsa con Kanaan a proteggergli le spalle. L’unica minaccia per lo scozzese sembra venire da Dixon, che riesce a ritardare più di tutti ogni sosta, trovandosi sempre davanti a gomme fredde. Lo scozzese riesce sempre a riguadagnare la posizione sul rivale, ma in occasione dell’ultima sosta deve vedersela con Andretti che, uscito dai box in testa, chiude la porta a Franchitti in curva 1. L’impatto manda contro le gomme Andretti e danneggia l’ala anteriore dello scozzese che, superato da Dixon e Castroneves, chiude terzo difeso in ogni modo da Kanaan. Nel dopo gara Michael Andretti incredibilmente si schiera dalla parte di Marco. Franchitti si presenta a Detroit indietro di 4 punti rispetto a Dixon, col quale si confronta nuovamente nelle strade del Michigan. Nelle ultime battute Dario si ritrova dietro il neozelandese, che perde il controllo della vettura durante un attacco su Buddy Rice, finendo per travolgere lo stesso Franchitti. Per Scott è il ritiro mentre Dario riesce ad arrivare sesto, tornando davanti di tre punti. All’ultimo appuntamento di Chicago, Franchitti fa fatica a tenere il ritmo di Dixon e delle Penske, ma una lunga opera di risparmio carburante, insieme ad alcune bandiere gialle fortunate, restringono ai due contendenti al titolo la lotta per la vittoria. Negli ultimi due giri Dixon conduce su Dario e sembra avviato al successo, ma all’ultima curva la Dallara del team Ganassi si ferma con il serbatoio vuoto, regalando allo scozzese la quarta vittoria dell’anno e il titolo IndyCar. Franchitti si presenta a Chicago con un contratto già firmato con Chip Ganassi per correre in Nascar nel 2008. In realtà questa operazione doveva svolgersi già la stagione precedente, quando lo scozzese era però stato “bruciato” dall’arrivo improvviso di Montoya. Dario lascia il team AGR in un clima teso, per le vicende delle ultime corse, oltre al licenziamento del fratello Marino dal programma della squadra in ALMS.

Indianapolis. indycar.com; Jim Haines
Indianapolis. indycar.com; Jim Haines
Chicago. indycar.com; Shawn Payne
Chicago. indycar.com; Shawn Payne

Il 2008 di Franchitti è quindi targato Nascar. Lo scozzese debutta in realtà nel 2007, correndo alcune corse ARCA e Nationwide Series, sulla falsariga del programma seguito da Montoya l’anno prima. Nella prima corsa in Nationwide a Memphis si qualifica al terzo posto, concludendo però 33°. In simile posizione termina le corse successive, sperimentando tutte le solite difficoltà che accompagnano nelle stock car i piloti delle ruote scoperte. Nel 2008 debutta a Daytona al volante della vettura 40, concludendo 33°. La stagione si rivela semplicemente un disastro. Nessuna delle vetture del team Ganassi è competitiva e lo stesso Montoya non riesce a ripetere gli scarsi risultati ottenuti la stagione precedente. Franchitti colleziona incidenti e piazzamenti insulsi fino alla corsa di Talladega in aprile, dove si frattura una caviglia in un incidente che lo tiene fermo per 5 corse. Nella serie cadetta fa qualche figura dignitosa, con un sesto posto a Las Vegas come miglior risultato. Nel week end Sprint Cup a Sonoma subisce anche l’onta della mancata qualificazione e dopo la corsa successiva di Pocono, Ganassi è costretto a chiudere il programma per mancanza di fondi. Prosegue invece la stagione in Nationwide, dove Dario conquista una splendida pole a Watkins Glen, buona almeno per l’onore dopo la brutta figura in California. In gara termina al quinto posto. Poche settimane dopo decide di lasciar perdere con le stock car, cedendo il volante a Bryan Clauson. Inizia a farsi largo la possibilità di tornare alle monoposto e nel fine settimana IndyCar di Detroit, data la partenza di Wheldon verso il team Panther e il rinnovo di Kanaan con AGR, si mette d’accordo con Ganassi per guidare la vettura 10 nel 2009. In realtà il debutto in rosso avviene già nella corsa fuori campionato di Surfers Paradise, dove lo scozzese si qualifica quarto ma rimane attardato, prima a causa di una bandiera gialla uscita nel momento sbagliato e poi per un testacoda.

Esordio a Daytona
Dario e Montoya si ritrovano compagni di squadra e insieme vinceranno la 24 ore di Daytona
Qualche prestazione decente si vedrà almeno in Nationwide series

Nel 2009 Franchitti, voglioso di rivincita dopo un 2008 catastrofico, è tra i favoriti per il titolo. Si presenta quindi carico a St Pete, dove parte quinto e chiude una posizione più avanti. Nell’appuntamento successivo però non si fa sfuggire l’occasione, tornando subito al successo, trionfando per la prima volta a Long Beach. Un’incomprensione con Rahal in fase di rientro box causa però un incidente che gli costa il ritiro in Kansas mentre a Indy, dopo essere partito in prima fila e aver comandato le prime fasi, è attardato da una sosta lenta nel finale e chiude solo settimo. Buoni piazzamenti a Milwaukee e in Texas, portano alla seconda vittoria in Iowa e alla piazza d’onore di Richmond alle spalle di Dixon. Un’uscita di pista a Watkins Glen precede poi un’altra vittoria a Toronto, 10 anni dopo il successo ottenuto nella CART.  Il fine stagione è all’insegna della solidità: un quinto posto a Edmonton e un terzo a Mid Ohio precedono una grande vittoria a Sonoma, dove Dario è tallonato per tutta la corsa da Briscoe. Il quarto posto di Chicago in volata e il secondo dietro Dixon a Motegi, permettono allo scozzese di arrivare all’ultima corsa di Homestead in seconda posizione, a 5 punti dal compagno di squadra. In gara Franchitti si rende subito conto di non poter tenere il passo di Dixon e Briscoe, puntando quindi tutto sulla strategia. Mentre i primi due ingaggiano una lunga battaglia sul piano della velocità, Dario ritarda ogni sosta, consapevole che una qualunque bandiera gialla rovinerebbe il suo lavoro. Nonostante il caldo torrido renda problematico il controllo della vettura, non ci sono però neutralizzazioni e quando gli avversari si fermano a pochi giri dal termine, Franchitti deve solo tenere d’occhio i consumi per arrivare al traguardo e cogliere la quinta vittoria stagionale e il secondo titolo IndyCar.

Homestead. indycar.com; Jim Haines
Homestead. indycar.com; Jim Haines

Il 2010 è forse la miglior stagione della carriera di Franchitti, un’annata in cui lo scozzese è veloce, non sbaglia quasi mai e soprattutto riesce ad elevare il suo gioco nel momento in cui è richiesto il massimo sforzo, riuscendo a rivaleggiare e forse superare Dixon anche sugli ovali da 1.5 miglia, un tipo di terreno in cui era sempre stato un po’ deficitario. La stagione inizia con “calma”, con una serie progressiva di piazzamenti: 7° nella caotica San Paolo; 5° a St Pete dopo un testacoda iniziale e una bella rimonta; 3° in Alabama, una pista sempre detestata. Un week end storto a Long Beach si conclude con un 12° posto, ma è secondo in Kansas dopo aver risolto a suo favore un lungo confronto con Kanaan e Castroneves. Si arriva quindi a Indy, dove Dario parte terzo ma è già in testa a metà del primo giro. Il suo è un autentico dominio, solo parzialmente messo alla prova da Kanaan e Andretti. In un finale di gara basato sui consumi però anche Dario rischia quando, dopo aver ripreso la leadership avendo visto tutti i suoi avversari fermarsi per un rabbocco, è insidiato all’inizio dell’ultimo giro da Dan Wheldon. Entrambi proseguono a un ritmo ridottissimo per arrivare in fondo, ma i problemi di Dario sono risolti dalla neutralizzazione causata dal catastrofico incidente tra Conway e Hunter-Reay. Franchitti non ha quindi problemi a tagliare il traguardo, precedendo Wheldon per il suo secondo successo al Brickyard, che gli da slancio anche in classifica. Will Power è incontenibile sugli stradali, ma lo scozzese è consistente, raccogliendo un quinto posto in Texas, cui fanno seguito i podi consecutivi di Watkins Glen, Toronto e Edmonton. In Iowa un problema tecnico lo mette fuorigioco con la vittoria ormai in vista, ma la rivincita arriva a Mid Ohio, dove Dario contiene gli attacchi di Power, per una volta battuto nei circuiti misti. L’australiano vince ancora a Sonoma, contenendo la rimonta di Franchitti, terzo, ma lo scozzese accorcia le distanze a Chicago, conquistando il successo davanti a Wheldon, con Power frenato da problemi all’ultima sosta. Dario precede il rivale anche negli appuntamenti successivi in Kentucky, dove chiude quinto e a Motegi, dove è secondo tra le Penske di Castroneves e Power. L’australiano si presenta così all’ultima corsa di Homestead con 12 punti sul rivale, che però conquista la pole e il maggior numero di giri al comando. Franchitti guida a lungo la gara e quando Power finisce a muro a ¾ di corsa può permettersi di giocare conservativo con la strategia. Un ottavo posto gli basta quindi per conquistare il terzo titolo in carriera.

Indianapolis. indycar.com; Jim Haines
Indianapolis. indycar.com; Jim Haines
Titolo #3, Homestead. indycar.com; Ron McQueneey
Titolo #3, Homestead. indycar.com; Ron McQueneey

La battaglia Power-Franchitti si ripresenta accesa come non mai anche nel 2011. I due si sfidano fin dalla prima corsa di St Pete, dove lo scozzese ha la meglio passando all’esterno con una ruotata il rivale e conquistando il primo successo stagionale. A Barber Power però pareggia i conti, mentre Franchitti riesce ad issarsi in terza posizione, ripetendosi poi a Long Beach, passato nel finale da un velocissimo Mike Conway. A San Paolo l’ennesimo acquazzone rende la corsa imprevedibile e alla fine è Power a portare a casa il successo, mentre Dario chiude quarto. Indianapolis vede lo scozzese dominare come nel 2010, ben spalleggiato dal compagno Dixon, ma nel finale il team Ganassi tenta l’ennesimo azzardo strategico, cercando di evitare l’ultima sosta. La mossa non riesce e Franchitti porta a casa un deludente 12° posto. Nelle corse successive lo scozzese sembra poter chiudere il campionato: vince a Milwaukee e conquista un primo e un settimo posto in Texas, è poi quinto in Iowa e vince ancora a Toronto. In Canada la rivalità con Power si accende quando nella famigerata curva 3, Franchitti manda in testacoda l’australiano, che per la verità non lascia molto spazio all’interno. Nel dopo gara il pilota Penske rinfaccia allo scozzese vari sgarbi subiti nelle corse precedenti, denunciando l’inconsistenza nelle decisioni della direzione gara, che prima annuncia e poi revoca una penalità per lo scozzese, che incrementa il proprio vantaggio in classifica. Nell’appuntamento successivo di Edmonton Dario chiude terzo dietro le Penske di Power e Castroneves ed è poi secondo dietro Dixon a Mid Ohio. Il campionato sembra chiuso, ma durante una ripartenza in una corsa letteralmente dominata a Loudon, Franchitti si aggancia con Sato e butta al vento una vittoria fondamentale. 47 punti con 4 gare da disputare sembrerebbero un margine tranquillizzante, ma nelle corse successive Power riprende slancio: l’australiano vince infatti a Sonoma e Baltimora, arrivando secondo dietro Dixon a Motegi. Franchitti raccoglie due quarti posti, ma è protagonista di una corsa disastrosa in Giappone, causando un incidente multiplo durante una ripartenza e finendo in fondo al gruppo. Riesce comunque a concludere ottavo, ma il risultato gli fa perdere la testa della classifica. La situazione torna però positiva nell’appuntamento successivo in Kentucky, dove lo scozzese chiude secondo in volata dietro Carpenter mentre Power, che domina nettamente le prime battute, è messo fuori gioco da un contatto con Ana Beatriz in pit lane. Franchitti si presenta con un buon vantaggio all’ultima corsa di Las Vegas e riesce ad evitare l’incidente a catena che coinvolge anche Power e costa la vita all’amico Dan Wheldon. La gara non assegna ovviamente punti e lo scozzese è così campione IndyCar per la quarta volta, la terza di fila.

St. Pete. indycar.com; Chris Jones
St. Pete. indycar.com; Chris Jones

Quando Franchitti prova per la prima volta la DW12, capisce che il 2012 non sarà un anno semplice. Con Castroneves, Dario è uno dei pochi a frenare col piede destro e fare il punta tacco all’occorrenza. La nuova vettura inizialmente non permette di adottare questa tecnica e lo scozzese chiede alla Dallara di realizzare una nuova pedaliera. Mentre Castroneves si trova benissimo con la nuova soluzione, Dario non sarà mai del tutto a suo agio sulla nuova macchina. L’inizio stagione è disastroso, con un 13° posto a St Pete e una 10° piazza a Barber. A Long Beach qualcosa si muove e Franchitti in qualifica è il migliore dei piloti Honda, partendo dalla pole a causa della maxi penalità ai piloti Chevrolet. Alla prima curva lo scozzese resiste all’attacco di Newgarden, che si infila nelle gomme, ma a ogni ripartenza è afflitto da problemi di elettronica che lo disturbano in accelerazione, facendogli perdere numerose posizioni. Alla fine lo scozzese è solo 15°, rompendo finalmente il digiuno di arrivi decorosi a San Paolo, dove arriva 5°. A Indianapolis il team Ganassi appare in difficoltà fin dalle prove e in qualifica Dixon e Franchitti si piazzano solo in sesta fila. Alla bandiera verde i due iniziano però a rimontare, ma Dario è spedito a fondo gruppo da una tamponata di Viso in pit lane. Lo scozzese riesce comunque a risalire con facilità e nella fase decisiva è davanti a tutti. La vittoria sembra un affare interno al team Ganassi, ma Sato riesce ad avere la meglio su Dixon e all’inizio dell’ultimo giro tenta il tutto per tutto con Franchitti. Quando i due approcciano curva 1 lo scozzese copre la traiettoria interna, allargandosi leggermente in ingresso per portare dentro più velocità possibile. Sato cerca di infilarsi in uno spazio strettissimo, mettendo due ruote sotto la linea bianca, finché non perde il controllo e va testacoda. Le due Dallara si sfiorano ma Franchitti mantiene il controllo e precede Dixon e Kanaan sul traguardo per conquistare la terza Indy500 in carriera. La vittoria al Brickyard rende positiva qualunque stagione, ma i risultati in campionato continuano a latitare. Dopo un eccellente secondo posto a Detroit infatti, Franchitti è pressoché inesistente in Texas, alle prese con una vettura inguidabile. A Milwaukee e Toronto è coinvolto in incidenti mentre in Iowa conquista la pole, non potendo poi prendere il via per problemi al motore. In gara lo scozzese sembra avere problemi a tenere il ritmo con la nuova DW12, ma in prova è ancora velocissimo, conquistando quattro pole, come a Edmonton, dove chiudo sesto. È poi solo 15° a Mid Ohio, conquistando un buon podio a Sonoma, seguito da un 13° posto a Baltimora, dove nel finale è frenato da un contatto con Barrichello. Nell’ultima corsa a Fontana chiude infine secondo, superato all’ultimo giro da Carpenter prima della neutralizzazione per l’incidente di Sato. Dario chiude così il campionato al 7° posto, il peggior risultato dal 2006.

Con il numero 50 a Indianapolis in omaggio ai 50 anni della Targer. indycar.com; LAT Photo USA
Con il numero 50 a Indianapolis in omaggio ai 50 anni della Targer. indycar.com; LAT Photo USA

Nel 2013 Franchitti, ancora poco a suo agio con la DW12, trova comunque una migliore continuità, pur non lottando quasi mai per il successo. La stagione si apre nuovamente in modo disastroso, con un ritiro a St Pete per incidente nei primi giri e un guasto a Barber che lo mette in breve fuori gara. Centra poi la pole position a Long Beach, dove chiude quarto a causa di un pit stop lento e un ritmo non irresistibile. È poi settimo a San Paolo, prima di partire nuovamente sedicesimo a Indianapolis. Mai in lotta per la vittoria, lo scozzese si affaccia in top ten nel finale, terminando però a muro durante l’ultima ripartenza. Nelle corse successive ottiene dei buoni piazzamenti tra i primi 10, fino a una corsa disastrosa in Iowa a causa di un pessimo assetto. Le cose migliorano sensibilmente negli appuntamenti successivi, in cui il team Ganassi si rimette finalmente in carreggiata: Dario è terzo nella tripletta del team a Pocono, conquistando poi la pole nella prima corsa di Toronto, che chiude al terzo posto. In questa occasione si riaccende la polemica con Power, che accusa lo scozzese di blocking all’ultimo giro. In gara 2 Dario, veloce nel giro singolo ma sempre sofferente su uno stint completo, chiude quarto, centrando poi un buon terzo posto a Mid Ohio. È ancora terzo a Sonoma, dove si rinnova la rivalità con Power a causa di una sequenza di ruotate scambiate tra i due nelle ultime ripartenze, che vedono prevalere l’australiano. Le ultime corse della stagione sono invece una sofferenza: mai competitivo a Baltimora, lo scozzese è fuori gioco dopo pochi giri per problemi tecnici. Nella prima corsa di Houston finisce a un giro di distacco per un testacoda mentre in gara 2 è coinvolto in un pauroso incidente con Takuma Sato. Nelle ultime battute il giapponese colpisce il muro ma prosegue davanti a Franchitti, fino a quando in una veloce curva a destra la Dallara del team Foyt non va per la tangente, con Dario vicinissimo. Nonostante le protezioni alle gomme posteriori, la vettura di Sato fa da trampolino per quella di Franchitti, che solleva il muso e si infrange sulle reti di protezione, distruggendosi e sottoponendo lo scozzese a una terribile decelerazione. Detriti e reti divelte da Franchitti finiscono in tribuna, ferendo numerosi spettatori. Dopo lunghi attimi di apprensione, arriva la notizia che Dario è cosciente, seppur molto dolorante. All’ospedale gli saranno riscontrate una frattura alla caviglia, un forte trauma cranico e altre fratture vertebrali, che vanno a sommarsi a quelle subite nel 2003. I primi giorni di degenza per Franchitti sono un calvario, in cui qualunque gesto costa una fatica enorme. Lo scozzese non vuole vedere nessuno in ospedale e una delle poche persone ammesse nella sua camera è il compagno di squadra Scott Dixon, diventato negli anni un grande amico. Dopo i primi tempi di riabilitazione, Dario può cominciare a pensare ai tempi di recupero e a quando potrà tornare in macchina, ma le sue aspettative vengono gelate dal parere di due medici di cui si fida ciecamente. Terry Trammell e Steve Olvey lo sconsigliano vivamente di riprendere a correre, in quanto un altro incidente potrebbe causare danni permanenti alla schiena e al cervello, già duramente provati dai vari incidenti subiti in carriera. Lo scozzese deve quindi prendere la decisione forse più difficile della sua vita, ritirandosi dalle competizioni e abbandonando il sogno non solo di vincere una quarta 500 miglia di Indianapolis, ma anche di iniziare una nuova avventura nell’endurance, a partire dalla 24 ore di Le Mans, in vista della quale ha già dei contatti aperti con il programma prototipi Porsche. Sulla falsariga di quanto fatto da Roger Penske con Rick Mears, Chip Ganassi offre a Dario la possibilità di continuare a lavorare con la squadra come consulente tecnico, due esperti occhi in più in grado di dare una diverso punto di vista a piloti e ingegneri. Nelle stagioni successive Franchitti è quindi impegnato a supportare i giovani della squadra, Karam, Kimball e Chilton, non mancando però di aiutare anche i più esperti Dixon e Kanaan, che possono attingere dalla infinita “banca dati” dello scozzese, ricca di trucchi e tecniche specifiche per le varie piste.

Toronto. indycar.com; Chris Jones
Toronto. indycar.com; Chris Jones

 

Anno Serie Squadra N Sponsor Gare Pos. Finale Punti Vittorie Podi Top5 Top10 Pole P.
1997 CART Hogan 9 Hogan 16 22 10 0 1 1
1998 CART Green 27 Kool 19 3 160 3 6 9 11 5
1999 CART Green 27 Kool 20 2 212 3 11 12 14 2
2000 CART Green 27 Kool 20 13 92 0 4 5 7 2
2001 CART Green 27 Kool 20 7 105 1 4 4 11 0
2002 CART Green 27 Kool 19 4 148 3 7 8 10 1
2002 IRL/IndyCar Green 27 7/Eleven 1 44 11 0
2003 IRL/IndyCar Green 27 Kool 3 25 72 0   1 2 0
2004 IRL/IndyCar Andretti-Green 27 Arca/Ex 16 6 409 2 4 5 8 1
2005 IRL/IndyCar Andretti-Green 27 Arca/Ex 17 4 498 2 6 8 13 1
2006 IRL/IndyCar Andretti-Green 27 Canadian Club 13 8 311 0 2 3 7 1
2007 IRL/IndyCar Andretti-Green 27 Canadian Club 17 1 637 4 11 13 16 4
2008 IRL/IndyCar Ganassi 10 Target 1*
2009 IRL/IndyCar Ganassi 10 Target 17 1 616 5 9 13 15 5
2010 IRL/IndyCar Ganassi 10 Target 17 1 602 3 10 13 15 2
2011 IndyCar Ganassi 10 Target 17 1 573 4 9 13 15 2
2012 IndyCar Ganassi 10 Target 15 7 363 1 4 5 7 5
2013 IndyCar Ganassi 10 Target 18 8 418 0 4 7 11 3
 Carriera             5237 31 91 119 163 35
Vittorie Stradali Cittadini Ovali Totale
1997 0 0 0 0
1998 Road America Vancouver Houston 1 2 0 3
1999 Detroit Toronto Surfers Paradise 0 3 0 3
2000 0 0 0 0
2001 Cleveland 1 0 0 1
2002 Rockingham Montreal Vancouver 0 2 1 3
2003 0 0 0 0
2004 Milwuakee Pikes Peak 0 0 2 2
2005 Nashville Fontana 0 0 2 2
2006 0 0 0 0
2007 Indy500 Richmond Iowa Chicago 0 0 4 4
2008 0 0 0 0
2009 Long Beach Iowa Sonoma Toronto Homestead 1 2 2 5
2010 Indy500 Mid Ohio Chicago 1 0 2 3
2011 St. Pete Texas 1 Milwaukee Toronto 0 2 2 4
2012 Indy500 0 0 1 1
2013 0 0 0 0
Totale 4 11 16 31
Quote 12,9% 35,5% 51,6% 100,0%

Dario Franchitti